Roland Yuno Rech

Il Maestro Roland Yuno Rech

Il Maestro referente del Dojo Zen Sanrin è Roland Yuno Rech, discepolo diretto del Maestro Taisen Deshimaru e responsabile del Tempio Gyobutsu-Ji di Nizza.

Il Maestro Roland Yuno Rech è nato nel 1944.
Si è laureato in Scienze Politiche e poi in Sciences Humaines Cliniques presso l’Università di Parigi.
Alla fine di un lungo viaggio in giro per il mondo, ha incontrato la pratica dello Zen in un tempio di Kyoto.
Tornato in Francia, nel 1972 è diventato discepolo del Maestro Deshimaru e, seguendone le indicazioni, ha ripreso la sua attività lavorativa nell’organico di una industria per sperimentare la dimensione della pratica nella vita quotidiana, economica e sociale.
Nel 1982, alla morte del Maestro Deshimaru, si è votato principalmente alla pratica e all’insegnamento dello Zen in seno alla Association Zen Internationale, di cui è stato Presidente fino al 1994.
Nel 1984 il Maestro Niwa Rempo Zenji, Abate del Tempio di Eihei-ji, ha riconosciuto ufficialmente la missione del Maestro Deshimaru e accordato la Trasmissione del Dharma (shiho) a tre dei suoi discepoli più anziani tra cui Roland.
Attualmente è Vice Presidente della Association Zen Internationale e Vice Presidente della Union Bouddhiste de France.
Insegna al Dojo di Nizza, al Tempio de La Gendronnière e nelle sesshin organizzate dai Dojo affiliati all’AZI, attraverso conferenze, risposte alle domande dei discepoli (mondo) e soprattutto kusen durante gli zazen.

 


 

9-11 MAGGIO 2008

 Sesshin di Ghigo di Prali
diretta dal Maestro Roland Yuno Rech

 

Dai Bai Ojo: Lo spirito stesso è Buddha

Venerdì 9 maggio 2008, kusen delle 7:00

Dall’inizio di zazen, concentratevi bene sulla vostra postura. Inclinate bene il bacino in avanti e appoggiate fortemente le ginocchia al suolo. Siate seduti come se voleste che l’ano non tocchi lo zafu e rilassate bene il ventre, in modo da potervi sentire radicati nella vostra postura seduta. A partire dalla vita allungate bene la colonna vertebrale, rilassando tutte le tensioni della schiena. Tirate la nuca, rilassate bene le spalle come se voleste spingere il cielo con la sommità del capo.

In zazen, il corpo è completamente tirato tra il cielo e la terra: è ciò che dà lo slancio alla postura, e permette all’energia di circolare bene.

Allo stesso tempo, si rilassano tutte le tensioni inutili: il viso è ben rilassato, lo sguardo è tranquillamente posato davanti a sé sul suolo, senza attaccarsi ad alcun oggetto visivo; quindi non è necessario chiudere gli occhi per concentrarsi. Essere concentrati non vuol dire fare il vuoto nel proprio spirito, ma non attaccarsi ad alcun oggetto di percezione, e quindi mantenere uno spirito completamente disponibile e ricettivo. Perfettamente presente all’istante, non distratto.

La bocca è chiusa e la lingua è contro il palato. Concentrarsi sull’immobilità della lingua aiuta a ad arrestare il dialogo interiore. In zazen abbandoniamo ogni tipo di discussione. Il mentale che crea delle divisioni è abbandonato. Il modo di funzionamento dello spirito che divide e separa viene calmato. Così, tutti i conflitti interiori che sono fonte di emozioni, di attaccamento, sono abbandonati: risolti alla radice.

Così, piuttosto che seguire i nostri pensieri, siamo attenti alla respirazione. All’inizio, la accompagniamo volontariamente, sforzandoci di andare fino in fondo ad ogni espirazione, al fine di correggere la brutta abitudine di respirare superficialmente.

In zazen, ritroviamo una respirazione profonda, che comincia col vuotare i polmoni, col fare posto. E così, essere ricettivi all’aria nuova che entra con l’inspirazione.

Ed è la stessa cosa per lo stato dello spirito: con ogni espirazione, lasciamo la presa dai pensieri che ci occupano. Li lasciamo tornare alla loro fonte, che non è altro che la vacuità. Così, possiamo trovare uno spirito nuovo a ogni istante.

Diamo all’istante presente tutta la sua importanza e notiamo, constatiamo che tutto il resto non è che fabbricazione mentale e illusioni. Così non intratteniamo, non diamo energie ai pensieri che riguardano il passato, il futuro. Ci concentriamo semplicemente a penetrare la realtà presente, qui in questo dojo, con questo sangha e queste montagne.

 

Venerdì 9 maggio 2008, kusen delle 11:00

Durante zazen, non lasciate che il vostro spirito ristagni su alcunché, non lasciate che si attacchi a un pensiero e che lo insegua, e per questo tornate regolarmente alla concentrazione sul corpo e sulla respirazione. Nel movimento dello spirito che ritorna alla concentrazione sul corpo, si produce immediatamente un ‘lasciare la presa’, perché la mente non può essere concentrata allo stesso tempo su due cose. Il corpo stesso, la respirazione stessa, si trasformano incessantemente. Quindi, concentrarsi sul corpo non vuol dire attaccarsi al corpo, ma semplicemente non ristagnare sulle proprie fabbricazioni mentali, ritornare al contatto con la realtà qui e ora.

Eno, il sesto Patriarca, si risvegliò sentendo la famosa frase del Sutra del Diamante: “Quando lo spirito non dimora su nulla, il vero spirito appare”. Lo spirito che non dimora su nulla è lo spirito che realizza il ‘lasciare la presa’, istante dopo istante. Lo spirito che ritrova la sua fluidità naturale, come quando il ghiaccio in primavera si trasforma in acqua. L’acqua che era provvisoriamente bloccata, immobilizzata, ritrova la sua libertà: esattamente quello che si produce in zazen quando si ritorna alla concentrazione sul corpo e sulla respirazione istante dopo istante.

Non abbiamo bisogno di altre cose, se non di essere semplicemente seduti e di lasciar passare i pensieri senza attaccarcisi. Allora ci si armonizza naturalmente col Dharma, cioè con l’ordine cosmico.

Il Dharma è la grande legge dell’universo, secondo la quale funzionano tutte le esistenze. Ecco perché cantiamo il terzo voto del Bodhisattva: “Homon muryo sei gan do”: per quanto numerose siano le porte del Dharma, faccio voto di penetrarle tutte. Tutte le esistenze funzionano in armonia col Dharma, quindi tutte le esistenze lo manifestano. Ognuna diventa per noi una porta del Dharma, a condizione di aver sviluppato uno spirito aperto, ricettivo. E’ la funzione essenziale di zazen. E’ per questo che lo chiamiamo qualche volta ‘la grande porta del Dharma’, la porta principale. In zazen, ci armonizziamo naturalmente col Dharma e allo stesso tempo prendiamo coscienza di quello che è il Dharma.

Questa grande legge dell’universo, è la legge dell’interdipendenza di tute le esistenze: nulla di ciò che esiste, esiste di per sé. Noi stessi non esistiamo da noi stessi, ma soltanto in relazione con tutto l’universo. E siccome queste relazioni sono innumerevoli ad ogni istante, allora tutto quello che esiste è impermanente, tutto si trasforma in funzione di questa interdipendenza. Quando prendiamo coscienza di questo, allora possiamo smettere di attaccarci all’illusione di un ego separato. E’ una totale rivoluzione spirituale. Ci credevamo il centro del mondo, credevamo che il mondo fosse al nostro servizio, e scopriamo che in realtà facciamo parte di un mondo che ci oltrepassa infinitamente. Nessuna delle nostre costruzioni mentali può resistere a questa rivoluzione. Evidentemente è un cambiamento da un punto di vista radicale. La maggior parte del tempo l’ego resiste a questo cambiamento: si attacca alle sue abitudini e percepisce l’interdipendenza e l’impermanenza come una minaccia.

Praticare zazen è come acclimatare il nostro piccolo ego a questa dimensione infinita del Dharma e provare per questo una grande liberazione. Liberazione che non è altro che l’abbandono delle nostre illusioni e l’accettazione totale della realtà così com’è. E’ così che possiamo realizzare la pace dello spirito, smettendo di combattere; smettendo di opporci al Dharma. E’ quello che esprimiamo praticando sampai. E’ accettare che ci sia qualcosa di più grande di sé, di più profondo, di più vasto. E aprirsi a questa dimensione. Che lo chiamiamo Dio, Buddha, Dharma non importa: è al di là di tutto quello che possiamo nominare.

Anche se chiamiamo questo provvisoriamente interdipendenza, impermanenza, ordine cosmico, tutte queste espressioni non sono altro che mezzi abili, come tutti gli insegnamenti.

Questo vuol dire smettere di guardare il vasto cielo attraverso il buco di una cannuccia

 

Venerdì 9 maggio 2008, kusen delle 16:30

Tutte le mattine e tutte le sere dopo zazen, cantiamo i Quattro Voti del Bodhisattva, il terzo dei quali è “Per quanto numerose siano le porte del Dharma, faccio voto di penetrarle tutte”. “Porte del Dharma” si dice homon. Ho, il Dharma, è una parola straordinaria perché include numerosi significati che si completano gli uni con gli altri.

Il primo significato è la Legge, l’Ordine Cosmico, ciò che sostiene tutte le esistenze, ciò che fa sì che siamo in vita qui e ora in questo dojo. Dharma vuol dire anche le esistenze stesse: ogni fenomeno, ogni essere è un dharma. Dharma vuol dire ugualmente l’insegnamento del Buddha a partire dal suo Risveglio al Dharma, alla realtà così com’è. Vuol dire che, al fondo, ciò che ci insegna non sono delle credenze, ma l’esistenza stessa. Un buddha, un risvegliato, è qualcuno che ha realizzato la vera natura di tutte le esistenze, il Dharma che sostiene tutte le esistenze, e ne fa una fonte di risveglio e di insegnamento.

A volte si riassume l’insegnamento del Dharma parlando dei Tre Sigilli del Dharma – in sanscrito dukkha, anicca e anatta, la sofferenza o l’imperfezione, l’impermanenza e l’interdipendenza di tutte le esistenze – a cui si aggiunge spesso il nirvana, la pace, l’estinzione di tutte le sofferenze. E in definitiva possiamo dire che tutto è incluso nell’interdipendenza, che è la vera natura di tutte le esistenze, cioè il fatto di non vivere che in relazione con tutti gli esseri. E’ ciò che fa sì che l’impermanenza esista, e se la rifiutiamo, se cerchiamo di creare delle costruzioni per opporci a essa, per esempio un ego forte, dei possessi, dei poteri, ne risulta ogni tipo di sofferenza. Ma se l’accettiamo, possiamo vivere immediatamente in armonia della vita così com’è, e realizziamo che attaccarsi al proprio ego è un’illusione, una causa di inquietudine e di sofferenza. Se abbandoniamo questa costruzione mentale, se realizziamo che non ne abbiamo bisogno, allora è immediatamente la pace del nirvana. Questo è il cuore stesso dell’esperienza di zazen, non c’è bisogno di studiare molte cose, come diceva Dogen, semplicemente studiare se stessi. Vedere che in fondo a sé non c’è niente di sostanziale, nulla che esista di per sé, solamente delle relazioni. E questa è l’ultima realtà. E’ quello che cantiamo con l’Hannya Shingyo mattina e sera. E’ ciò che permette di realizzare shin mu ke ge, lo spirito senza ostacolo, uno spirito in armonia con ku, la vacuità. E’ ciò che permette di praticare mushotoku con uno spirito disinteressato, senza avidità, senza spirito di ottenimento di alcunché. Mushotoku è la porta della vera libertà. E’ ciò che fa sì che la pratica possa diventare istantaneamente risveglio e liberazione.

Comprendere ku e vivere con uno spirito mushotoku è essere immediatamente simili al Buddha.

E’ una vita talmente libera, tranquilla e felice, che non vi è bisogno di aggiungere nulla. Allora possiamo accettare l’impermanenza non come una minaccia o una perdita, ma come una possibilità: una possibilità di liberarsi dalle proprie illusioni e attaccamenti, giustamente perché sono impermanenti. Allora tutto è possibile, tutto è possibile a uno spirito che ritrova la sua fluidità, la sua flessibilità, la sua morbidezza. Tutte le nostre illusioni diventano occasioni di risveglio, nell’istante in cui le illuminiamo attraverso la pratica. Tutto diventa occasione di risveglio, e questo non ha fine.

Se crediamo di aver ottenuto il risveglio, e ne facciamo qualcosa di fisso e di permanente, allora andiamo all’opposto del Dharma, e ne limitiamo completamente le possibilità di sviluppo. Ecco perché il Maestro Dogen diceva nel Genjo Koan: “Quando il Dharma non è pienamente realizzato nel corpo e nello spirito di un uomo, egli pensa che sia sufficiente. Quando il Dharma è pienamente presente nel suo corpo e spirito, egli realizza le proprie insufficienze.”

Le persone ordinarie si illudono sul Risveglio. I veri risvegliati continuano a illuminare le loro illusioni. Detto in altro modo, il Dharma è sempre più vasto, più profondo di quello che crediamo di averne afferrato. Ciò significa che di fronte al Dharma dobbiamo restare umili e non vantarci della nostra realizzazione, non illuderci sul nostro satori, ma continuare ad andare costantemente al di là dell’al di là, in una pratica completamente aperta al Dharma.

Tutti i Buddha e i patriarchi non hanno fatto altro che seguire il Dharma come maestro, cioè essere risvegliati dalla realtà, in una pratica senza fine.

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