Fukanzazengi 1

In occasione degli ottocento anni dalla nascita di
Dogen
, si è tenuto un importante incontro all’università di Stanford in
California sul tema “Lo zen di Dogen e la sua importanza per i nostri
tempi” organizzato dal Centro di Studi buddhisti dell’Università e dal
prof. Carl Bielefedt (
http://www.stanford.edu/group/scbs/
) con la presenza di numerosi monaci e studiosi del pensiero di Dogen. In
ricordo del grande maestro giapponese vi proponiamo una serie di scritti che ne
tratteggiano la vita e l’opera, la sua importanza nella trasmissione del Dharma
e la sua influenza sulle esperienze zen occidentali. Iniziamo con le sue stesse
parole, un testo tradotto dall’originale giapponese da Aldo Tollini, che ci
introduce alla profonda esperienza dello zazen.

La traduzione dall’originale giapponese si basa sul
testo:
Shobògenzo,
Meicho Fukyukai Tokyo, 1986, 3 volumi.

 “Se
investighiamo (a fondo), (vediamo che) il fondamento originario della Via è
completo in sé e onnipervasivo, perché quindi usare definizioni posticce come
pratica e illuminazione? Perché sprecarsi nella ricerca di mezzi abili dato che
l’insegnamento è in sé libero da lacci? Neanche a dirlo, la realtà sta al di là
della polvere, (perché, allora) vi sono persone che pongono fiducia nei mezzi
(rappresentati dal) del pulire?

Nessuna cosa è separata da questo luogo, ciononostante, la gente si sforza per
la pratica. Però, se vi è una separazione (grande) come un capello
sottilissimo, il Cielo e la Terra si separano nettamente; se sorge anche solo
un po’ (la percezione) degli opposti si perde il cuore nella confusione. Per
esempio, anche se siamo orgogliosi della nostra comprensione della dottrina, e
abbiamo una illuminazione profonda, anche se si è ottenuta la saggezza che
comprende con un colpo d’occhio, anche se si è Ottenuta la Via e si è
purificato il cuore (e la mente), e si ha sviluppato una determinazione tale da
dare l’assalto al Cielo, aggirandosi nelle vicinanze dell’entrata
(dell’illuminazione), si manca il sentiero vivifico che porta alla liberazione.

Anche
nel caso di lui di Gion (Shakyamuni Buddha) che era saggio per natura, si
vedano le tracce lasciate del suo sedersi eretto per sei anni e nel caso di
colui di Shaolin, Bodhidharma, che ha trasmesso il sigillo del cuore, si sente
(ancora) parlare dei nove anni del sedersi di fronte al muro Gli uomini del
passato erano così e come potrebbero gli uomini attuali mettere (ciò) in
discussione?

Quindi,
bisogna, in modo naturale, smettere di dedicarsi alla comprensione dei testi
inseguendo i discorsi e rincorrendo le parole; in modo naturale, bisogna
imparare a tornare sui propri passi girando la luce e riflettendola verso
l’interno. Il corpo e la mente in modo naturale vengono lasciati cadere e
apparirà il vostro volto originario. Se desiderate ottenere questa cosa, dovete
darvi da fare in quel senso in fretta.

Dunque,
per fare zazen va bene una stanza tranquilla. Siate moderati nel bere e
nel mangiare. Lasciate da parte tutti i legami. Lasciate che tutte le cose si
acquietino (dentro di voi). Non pensate al bene e al male. Non fatevi prendere
(dal dualismo) dell’’è così e non è così’. Interrompete i rivolgimenti delle
sensazioni, dell’ intenzionalità e della coscienza. Smettete di dare
valutazioni sul pensiero, le idee e le percezioni. Non abbiate intenzione di
diventare un Buddha: perché mai allora attaccarsi caparbiamente allo zazen?

Nel
luogo dove normalmente ci si siede, stendete un materassino e sopra di esso
mettete un cuscino. Potete mettervi nella posizione del loto intero o nella
posizione del mezzo loto. La posizione del loto consiste nel mettere
innanzitutto il piede destro sulla coscia sinistra e il piede sinistro sulla
coscia destra. La posizione del mezzo loto consiste nell’appoggiare soltanto il
piede sinistro sulla coscia destra. Indossate un vestito e una cintura che non
stringa e sistemateli (appropriatamente). Poi, ponete (il dorso della) mano
destra sopra il piede sinistro e il palmo della mano sinistra nel palmo della
mano destra. Premete i due pollici uno contro l’altro. Quindi, raddrizzate il
corpo e sedete eretti, non pendete né a sinistra né a destra, non piegate il
corpo in avanti e neppure indietro. E necessario che orecchie e spalle siano
allineate, e anche naso e ombelico siano allineati. La lingua appoggi sul
palato e le labbra e i denti stiano chiusi. Gli occhi devono restare sempre
aperti. Il respiro nasale sia leggero. Dopo aver regolato la postura del corpo,
esalate un respiro profondo e oscillate a sinistra e a destra. Sedete stabilmente
e con determinazione. Fate pensiero il non pensiero. Il non pensiero! come
pensarlo? Con l’a-pensiero. Questa è quindi la tecnica essenziale dello zazen.
Lo zazen non consiste in una tecnica da imparare: è semplicemente il
dharma della pace; è la pratica e la realizzazione della bodhi finale.
Realizzando questo koan non sì è intrappolati nella rete. Se afferrate
il significato di questo, sarà come il drago che trova l’acqua o assomigliare
alla tigre che si affida alla montagna.

Dovete
proprio sapere che il giusto dharma si presenta da sé davanti ai vostri occhi e
(allora) intorpidimento e agitazione vengono eliminati fin dall’inizio. Quando
vi alzate da seduti, muovete lentamente il corpo e alzatevi con calma. Non
bisogna farlo in fretta e furia.

A
ben guardare, superare l’ordinario e l’andare oltre il saggio, morire da seduti
o morire in piedi, sono tutte cose che dipendono completamente da questa forza.
E inoltre, afferrare le opportunità date dalla sorte con dita, bastoni di
bambù, aghi e martelli, o presentare la realizzazione del satori (raggiunta)
con (l’uso) dell’hossu con pugni, bastoni o col grido katsu!: non
sono cose che si possano capire per mezzo del pensiero discriminante. Perché
mai dovrebbero essere cose da potersi conoscere per mezzo della pratica e
realizzazione di poteri soprannaturali? Essi dovrebbero essere modi di agire
che trascendono il visibile e l’udibile. Insomma, non sono forse pratiche
consolidate che vengono prima di conoscenza e comprensione? Quindi, senza
discriminare tra conoscenza superiore e stupidità inferiore, non si facciano
scelte tra una persona brillante e una persona ottusa. Dedicarsi con tutto se
stessi alla pratica è proprio seguire la Via. La pratica e la realizzazione di
per sé non sono cose che contaminano e anche il loro scopo (l’andare verso
l’illuminazione) è cosa del tutto normale.

In
generale, sia in questo mondo sia nell’altro mondo, sia in India sia in Cina,
si possiede allo stesso modo il sigillo del Buddha, e pur mantenendo ognuno i
propri principi religiosi, (dovunque) ci si applica soltanto al sedersi per
sedersi e ci si rende inamovibilmente inaccessibili (alle distrazioni). Sebbene
si dica che ciascuno è diverso dall’altro, (tutti) praticano lo zazen e
seguono la Via. Perché mai si dovrebbe lasciare il proprio posto di zazen
e inutilmente vagare nel mondo delle contaminazioni di altri paesi? Se si
sbaglia anche un solo passo, si perde ciò che sta proprio di fronte.

Avete
già ottenuto la funzionalità del corpo umano: non passate inutilmente il vostro
tempo. Chi attenendosi alla essenza fondamentale della Via del Buddha, potrebbe
trarre piacere alla leggera da (cose impermanenti come le) scintille ? E non
solo questo: la forma e la sostanza sono come la rugiada dell’erba e la vita
umana somiglia alla folgore del tuono (che durano solo un attimo). In un
instante perciò essi sono vuoti e in altro istante sono perduti.

Vi
prego, voi praticanti dello zen che seguite la Via, che a lungo avete imparato
una imitazione delle realtà, non abbiate esitazione di fronte al vero drago
(dell’illuminazione). Applicandovi con determinazione alla Via che punta
direttamente al essenza della realtà, onorate le persone che sono complete nel
sapere e si comportano secondo i principi della non-azione. Siate in accordo
con la bodhi dei Buddha e trasmettete ai posteri il samadhi dei
patriarchi Con una azione di questo genere protratta a lungo, diventerete
sicuramente cosi. (Allora), si aprirà da sé il tesoro (della saggezza) e si
potrà riceverla e usarla secondo la propria volontà.”

BIBLIOGRAFIA

  • Hee-jin Kim, Dògen Kigen,
    Mystical Realist
    , The University of ArizonaPress, Tucson, 1987;
  • Yuho Yokoi, Zen Master
    Dògen, An Introduction with Selected Writings
    Weatherhill, New York, 1990;
  • Carl Bielefeldt, Dogen’s
    Manual of Zen Meditation
    , University of California Press, Berkely, 1988.

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