Fukanzazengi 2

Questo
è il primo testo scritto da Dogen subito dopo il suo ritorno in Giappone dalla
Cina, nel 1227. L’autore, nel Fukanzazengi senjutsu yurai Motivazioni
per la redazione del Fukanzazengi
, che lo introduce, lo presenta con queste
parole: 
«Siccome
in Giappone non si è mai sentito parlare di “trasmissione differente fuori
dalle scritture” (kyoge betsuden), di “tesoro della visione
dell’autentico dharma” (shobogenzo) e neppure dei principi dello zazen, ecco che ancora non sono
stati qui trapiantati. Perciò, tornato in patria dalla Cina, di fronte alle
richieste di istruzione da parte delle persone che mi avvicinavano, ho dovuto,
per il loro bene, scrivere questo testo sui principi fondamentali di
zazen». 
Dogen
continuò a rivedere questo scritto per tutta la vita.
Quella che segue è una traduzione inedita, a cura de La Stella del Mattino

Fukanzazengi
La forma dello zazen che è invito universale
La
via originariamente è intrinseca ovunque in modo perfetto,
perché pretenderla attraverso pratiche e risvegli?
Il veicolo della verità è incondizionato e presente,
perché sprecarsi in accorgimenti?
Ancora: Tutto non solleva affatto polvere,
perché credere nei metodi per purificarlo?
Il centro non si allontana da qui,
ehi! non girovagare col corpo e con la mente in pratiche religiose.
“Eppure, se dai origine
anche al minimo scarto, il cielo e la terra si fanno incommensurabilmente
lontani; se dai adito al pur minimo “mi piace – non mi piace”, il cuore si
smarrisce nella confusione. Supponiamo, per esempio, che tu sia orgoglioso
della tua comprensione, che abbondi in illuminazione, che tu abbia adocchiato
la sapienza, ottenuto la via, chiarificato il cuore, dato impulso all’ideale di
scalare il cielo: non fai che trastullarti nei pressi della soglia del nirvana,
e
ignori quasi del tutto l’operoso sentiero della libertà.

Guarda! Buddha,
sapiente di nascita: si vede la traccia dei sei anni trascorsi seduto eretto;
Bodhidharma, che ha trasmesso il sigillo del cuore della via: si ode la fama
dei nove anni seduto fronte al muro. Così furono i santi antichi, così deve
praticare l’uomo d’oggi. Perciò smetti la prassi di cercare detti e investigare
parole; fai il passo che rivolta la luce e la getta all’interno. Così il tuo corpo
e spirito con naturalezza è abbandonato e appare il tuo volto originario. Se
ambisci ad acquisire questo, subito devi impegnarti in questo. Per lo zazen è
ideale un posto tranquillo; bevi e mangia con regolarità. Liberati e sii
separato da

qualsiasi tipo di relazione e di rapporto, lascia riposare
qualsiasi iniziativa. Senza pensare né al bene, né al male, non curarti di ciò
che è giusto e di ciò che è sbagliato. Interrompi l’attività del cuore, della
mente e della riflessione. Interrompi le indagini del pensiero,
dell’immaginazione, della contemplazione. Non misurare quanto hai realizzato la
via [misurare Buddha]: essa non ha niente a che fare con lo stare seduti o
sdraiati. Di solito si mette un cuscino quadrato, largo e spesso, sul pavimento
e, sopra questo, un altro cuscino alto e rotondo [zafu] su cui ci si siede. La
posizione è con le gambe incrociate o in modo completo [kekkafuza], o in modo
incompleto [hankafuza]. Nel primo caso mettere il piede destro sulla coscia
sinistra, e il piede sinistro sulla

coscia destra. Nel secondo caso soltanto il
piede sinistro sulla coscia destra. Indossa un vestito comodo e pulito. Posa il
dorso della mano destra sul piede sinistro e il dorso della mano sinistra nel
palmo della mano destra. Le punte dei pollici devono toccarsi leggermente.
Siedi eretto, senza inclinare né a destra, né a sinistra, né avanti, né
indietro. Le orecchie devono essere in linea con le spalle, il naso deve essere
in linea con l’ombelico. La lingua riposa contro il palato. Le mascelle e le labbra
sono chiuse senza sforzo. Tieni sempre gli occhi aperti. Respira
tranquillamente attraverso il naso. Dopo avere regolato la posizione nel modo
descritto, espira tranquillamente e poi inspira. Fa qualche movimento
ondulatorio con tutto il corpo a destra e a sinistra. Quindi siedi immobile. La
disposizione del tuo pensiero si posi su questo fondo del non pensiero. Come la
disposizione del pensiero si posa sul fondo del non pensiero? Impensato. Ecco,
questo è il fulcro distintivo dello zazen. Zazen non consiste nell’apprendere a
meditare [nell’apprendere lo zen]. Semplicemente è la porta reale della pace e
della gioia, è la pratica avverata che arriva alla pienezza del risveglio. Il
presente si fa presente con evidente profondità, qui non arriva la ragnatela
dei condizionamenti e delle illusioni. Se qui trovi dimora, è come il drago che
trova l’acqua, assomiglia alla tigre che si inoltra nella montagna. Occorre
conoscere con correttezza che la realtà autentica si manifesta e si fa avanti
per forza sua e che distrugge innanzitutto l’intontimento e la dissipazione.
Quando ti alzi dallo zazen muovi il corpo

adagio, alzati in modo tranquillo,
non muoverti in modo violento. Se guardiamo gli esempi del passato, andare
oltre il mondano e andare oltre il santo, trapassare stando seduti o morire in
piedi, tutto ciò è affidato completamente a questa forza. Inoltre, anche il
perno dell’insegnamento impartito scuotendo un dito, una canna, un ago, un
martello, anche l’avvertimento che ridesta fornito con lo scaccia mosche, col
pugno, col bastone, con il grido, tutto questo non scaturisce dall’avere bene
valutato e discriminato, e non credere che derivi dalla conoscenza di poteri
magici. Sono comportamenti la cui autorità va oltre ciò che si sente e ciò che
si vede, scaturiscono completamente dalla norma che è prima della conoscenza
intellettuale. Così è! Quindi, senza discutere di sapienza e di stupidità, non
discriminare fra uomo che vale e uomo stolto. Applicati con tutto te stesso e
sei già nella pratica del cammino. La pratica del risveglio per sua natura non
produce contaminazione e attuandola è normalità quotidiana. Generalmente
parlando avviene che, nel nostro mondo come altrove, in India come in Cina,
portando il sigillo di Buddha, ogni casa lo fa a modo suo. Se ci si applica al
solo star seduti, siamo ostacolati dall’inamovibilità (1). Pur essendoci
innumerevoli diverse situazioni, fai solo la pratica di zazen. Non disertare il
posto che è dimora della tua pratica, e non girovagare altrove nel polveroso
mondo. Se sbagli un passo, inciampi e devii dalla direzione che hai di fronte.
Hai già

il fulcro della via che è il corpo umano, non attraversare il tempo
invano. Hai da preservare e applicare l’essenza della via di Buddha, chi vorrà
godere in modo vano di scintille? Non solo, i fenomeni sono come la rugiada
sull’erba, il corso della vita assomiglia a un lampo, all’improvviso, è

nulla,
in un attimo, svanito. Questa è la mia preghiera: che coloro i quali compongono
la nobile corrente dei praticanti, avendo a lungo imparato a tastoni attraverso
imitazioni, non disdegnino ora il vero drago. Avanza con energia nella via
diritta e radicale, rispetta l’uomo che tronca l’affidarsi al sapere e annulla
l’affidarsi all’agire, entra nella compagnia di coloro che vivono l’essenza della
via, eredita la pace di coloro che hanno praticato prima di te. Se a lungo
compi questo, certamente diventi questo. Lo scrigno dei tesori si apre da se
stesso, e tu ricevi e usi a volontà.”

Nota
1) La
traduzione è letterale; il senso è ambiguo. Ora interpreto così: il dharma è
ovunque, ogni corrente del buddismo lo presenta a modo suo: zazen è la pratica
che riporta tutto all’unico comune denominatore e previene dal girovagare per
le interpretazioni, ostacolando con l’immobilità ogni movimento fisico e
mentale.
Postilla
alla traduzione di Fukanzazengi
In
merito al titolo 普勧坐禅儀 – Fu kan zazen gi –
un paio di precisazioni appaiono utili, se non necessarie. In precedenti
occasioni abbiamo tradotto l’intero titolo con “La forma dello zazen che è
invito universale”: ora è bene rendere conto del perché di quella scelta,
affinché conservi, se è il caso, la sua validità. Vediamo prima le singole
parole e poi la frase nel suo insieme. 普勧Fu
Kan
– è ciò che è stato reso con “invito universale” e la traduzione ci
sta, a patto, crediamo oggi, di inquadrare il senso con cui si utilizza il
lemma “universale”, parola attualmente di uso comune quanto polivalente. Fu
– sta a indicare “ampiezza – generalità”: nel giapponese moderno si usa, ad
esempio, abbinato ad altro ideogramma, per dire “comune, usuale (futsū
普通)” oppure “onnipresenza, universalità (fuhensei普遍性). Kan
– sta a indicare “incoraggiamento, raccomandazione”: oggi si usa, ad esempio,
nella parola “stimolo, incoraggiamento (kanshō勧奨)” o
anche “persuasione, invito (kanyū 勧誘)”. Fukan
è dunque invito ampio, raccomandazione rivolta alla generalità. Zazen lo
lasciamo lì dov’è e com’è. Gi
(pron. it. Ghi di ghiro) è stato reso con “forma” dopo non breve riflessione: è
utilizzabile a patto di chiarire di che genere di forma si tratta. Il senso
letterale del termine è “rito”, “modello”, “standard di comportamento”:
ritroviamo l’ideogramma in molte parole, fra cui “gishiki儀式
cerimonia, rituale, servizio religioso” e “girei 儀礼
etichetta, cortesia formale”. Chiediamoci ora cosa può aver voluto dire Dōgen
usando quell’espressione e cerchiamo di capire perché ha usato proprio quelle
parole. Siamo nel 1227, in Giappone: il buddismo è una religione di scarsa
diffusione popolare ma organizzata e potente, gestita in modo esclusivo da una
classe clericale protetta e sostenuta materialmente dal potere politico
costituito, che a sua volta conferma e legittima sul piano religioso. Le forme
del culto sono rituali ed esoteriche, i testi scritti incomprensibili a tutti,
tranne che a pochi specialisti. E’ anche un periodo di grande turbolenza
politica, segnato da numerose catastrofi naturali: a livello popolare si fa
strada l’idea della fine dei tempi, dell’ingresso nella fase storica finale del
dharma (mappō). Alcuni religiosi, tutti formatisi nei templi situati sul
monte Hiei, sede della scuola esoterica ritualistica Tendai, sono spinti dalla
loro ricerca verso differenti lidi: molti viaggiano in Cina, per cercare il
sapore genuino dell’acqua sorgiva. Fra loro, Dōgen Zenji. Al suo ritorno in
patria pubblica subito Fukanzazengi. E’, in ordine di tempo, il suo
primo testo, che però giunge a noi nella forma definitiva, dopo rivisitazioni
protrattesi nell’arco di tutta la vita. Non è il solo Zazengi scritto da
Dōgen: nella sua opera maggiore, lo Shōbōgenzō, troviamo un testo datato
1243, intitolato semplicemente Zazengi: è praticamente identico al
nostro ma ridotto a circa un terzo, contiene solo le istruzioni su come mettere
il corpo seduto e sulla disposizione del pensiero. Possiamo ritenere fosse
rivolto prevalentemente all’ambito monastico. E’ legittimo dunque intendere che
l’intenzione di Dōgen, nello scrivere Fukanzazengi, fosse di offrire ai
lettori uno zazengi (una spiegazione relativa al gi chiamato
zazen) rivolto a chiunque, alla generalità delle persone. Fukan va
dunque inteso come consigliato a tutti, nel senso che è scritto in modo che
tutti lo possano comprendere e che è indirizzato a persone comuni, non a
specialisti. Possiamo inoltre legittimamente pensare che Dōgen intendesse anche
proporre lo zazen come una forma religiosa accessibile direttamente alle
persone, senza mediazione di chierici, senza fumi esoterici. Per parte nostra,
ci spingiamo fino a sostenere che fukanzazengi vuol dire che zazen è una
forma d’accesso all’universale: forma del corpo che coincide con la nostra
postura seduta (za), forma del pensiero che non coincide con niente.
GJF
(Jiso
Forzani)
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