Biografia di Hiroshi Myamoto

RACCONTO DI FANTASIA

Hiroshi Myamoto era nato nel 1625 nella prefettura di Edo, l’attuale Tokyo, sotto la dinastia dei Tokugawa.

La sua famiglia apparteneva alla casta militare. Suo padre Morihito, in particolare, era un samurai alle dipendenze del domyo più potente della prefettura.

Il destino di Hiroshi era segnato: anche lui sarebbe diventato samurai. Sin da piccolo, però, aveva manifestato un temperamento ribelle e impulsivo, poco incline a seguire le imposizioni del padre, che per addestrarlo alla futura e già tracciata via del samurai lo sottoponeva ad ogni prova utile a fortificare il corpo e lo spirito: lo esponeva al freddo in inverno, all’afa in estate, lo portava nei cimiteri e sui luoghi delle esecuzioni di notte per dargli modo di familiarizzarsi con la sensazione di paura determinata dalla presenza della morte. Inoltre Hiroshi doveva sopportare il dolore senza tradire nessuna emozione.

L’infanzia di Hiroshi fu quindi condizionata dalle continue costrizioni e dagli obblighi imposti dall’educazione del samurai, che invece lo indussero, per reazione, a maturare una profonda avversione verso le regole. Tuttavia il bambino era molto coraggioso, qualità molto apprezzata in un samurai. Man mano il padre riuscì a smussare i lati più spigolosi del temperamento di Hiroshi, per lo meno in apparenza, poiché il samurai non avrebbe potuto permettersi di ribellarsi al padrone, ma al contrario avrebbe dovuto manifestare una fedeltà totale al signore. Anche la famiglia del samurai aderiva completamente alla vita del superiore.

La mamma di Hiroshi, donna saggia, che aveva compreso profondamente lo spirito ribelle del figlio, evitava appositamente di difenderlo come avrebbe voluto o di proteggerlo eccessivamente, allo scopo di impedire che si creasse una frattura con il padre, suo riferimento principale.

Hiroshi era stato allevato nel solco di una cultura che concepiva la via del samurai come una via di morte e nella quale la realizzazione della via, il punto più alto della vita del samurai si compiva proprio con la morte in combattimento.

Il bushido, la via della guerra, esprimeva un codice di morte e il padre di Hiroshi cercava di inculcare nella mente del figliolo l’idea che il guerriero deve sempre essere preparato a una fine improvvisa e violenta. Per aiutarlo a superare l’idea della morte, a cui peraltro il bambino si stava precocemente abituando, gli veniva continuamente spiegato che doveva considerarsi un uomo la cui vita non gli apparteneva.

Tutte le mattine Morihito compiva i suoi rituali: si lavava, si radeva il capo, si profumava i capelli acconciati a cresta, tagliava le unghie, le limava e le tingeva. Ogni giorno curava il suo aspetto e ispezionava le sue armi perché fossero sempre pulite e senza ruggine. Hiroshi era affascinato da questa cura di sé e delle armi. Anche questo aspetto rifletteva lo spirito del samurai che, potendo cadere in battaglia in qualunque momento, doveva mostrarsi al meglio anche in quella circostanza. Il samurai che fosse morto trasandato avrebbe disonorato l’abito che indossava e il suo signore.

All’età di cinque anni, coerentemente con la tradizione marziale, Hiroshi ricevette il suo primo costume da samurai completo di spade. A quel punto iniziò la sua formazione ufficiale.

In quel periodo il bambino fu condotto ad assistere ad un suicidio rituale, che era considerato la manifestazione più alta di padronanza del proprio destino e di coraggio di fronte alla morte. Il samurai aveva perso il suo padrone e ora intendeva seguirlo anche nella morte, per onorare la fedeltà al suo signore. Prima di compiere il rituale, il guerriero si era dipinto le guance di rosso, come da usanza, per non perdere il colore della vita dopo la morte. Il samurai aveva con sé la spada corta e il pugnale. Quando fu pronto si tagliò l’addome, la parte più importante del corpo perché considerata sede dell’energia, da sinistra a destra, con la compostezza e il controllo delle emozioni che lo aveva caratterizzato per tutta la vita. Poi, mettendo insieme le forze residue, si praticò un taglio dal basso verso l’alto. Come di consueto, per avere una morte rapida, il samurai ricorse ad un aiutante, un suo fedele dipendente, che prontamente lo decapitò, donandogli una morte dignitosa e gloriosa.

Hiroshi decise che anche lui avrebbe fatto il secondo, cioè l’uomo che aiutava il compagno a concludere il rituale.

Come i suoi coetanei della classe militare incominciò, all’età di 10 anni, a memorizzare testi letterari e in seguito incominciò ad addestrarsi nell’uso dell’arco, della spada e della lancia, preparazione che sarebbe continuata per molti anni per essere praticata tutta la vita, e più avanti si cimentò con i classici cinesi. Hiroshi eccelleva nell’uso delle armi, ma faceva molta fatica ad esercitare l’obbedienza verso il maestro, tanto che sovente veniva punito. Il suo spirito ribelle era sempre alla ricerca di esperienze e non accettava limitazioni alle sue azioni. Il giovane imparò anche il combattimento senza armi. Nella pluralità di arti marziali, un gruppo di discipline  (sumo, jujutsu, judo, aikijutsu e altre) comprendeva tecniche utili a sollevare l’avversario da terra prima di proiettarlo giù di nuovo. Queste tecniche presupponevano anche le proiezioni con l’anca e le tecniche di sacrificio con cui un lottatore, afferrando l’avversario, cadeva volontariamente a terra scagliando il nemico in aria con una proiezione. Esistevano poi tecniche di immobilizzazione, volte a bloccare un avversario per ridurre la sua capacità di lottare senza fargli perdere conoscenza. Hiroshi si impegnò duramente anche in queste discipline, riuscendo a padroneggiarle con disinvoltura.

All’età di diciassette anni, il padre, per renderlo più docile e stemperare il suo temperamento sempre più esuberante, cominciò a portare regolarmente Hiroshi in un bordello. Del resto, l’insegnamento predominante in tema sentimentale era che l’amore vero dovesse rimanere casto e soprattutto non dovesse essere svelato, mentre per sfogare gli istinti e, in questo caso, per stemperare le esuberanze giovanili, i bordelli potevano rappresentare il luogo giusto. I samurai non disdegnavano nemmeno i rapporti omosessuali.

Un giorno di marzo del 1644, quando Hiroshi ebbe compiuto diciannove anni, Morihito morì in combattimento per difendere il suo padrone, realizzando in questo modo la via del samurai che per tutta la vita aveva seguito e onorato. Fu una morte gloriosa. Hiroshi, pur aderendo alla cultura del guerriero, ne rimase profondamente turbato e crebbe in lui il desiderio di vendicarsi del nemico e del signore a causa del quale il padre aveva sacrificato la vita.

La madre, per devozione verso il marito e per amplificare la morte gloriosa del consorte, decise di praticare il suicidio. A tale scopo si preparò a dovere, con estrema concentrazione, a rendere omaggio al marito. Si lavò, si profumò, sciolse i capelli, si truccò il viso e indossò un morbido e prezioso kimono. Per il suicidio femminile era prevista la daga corta, chiamata kaiken. Dopo aver salutato il figlio, si legò le caviglie, per far sì che il suo corpo rimanesse adeguatamente composto  anche dopo la morte e si squarciò la gola, come da tradizione per il suicidio femminile.

Hiroshi fu preso da una rabbia incontrollata, contravvenendo all’etichetta del samurai che non lasciava trapelare le emozioni e sparì per alcuni giorni.

Quando fece ritorno, il signore decise di assumerlo alle sue dipendenze. Ormai Hiroshi era pronto per diventare ufficialmente un samurai e continuare a seguire la tradizione a cui il padre si era dedicato con fedeltà e devozione per tutta la vita, fino alla morte gloriosa in battaglia.

Hiroshi era pronto a combattere, con le sue armi, le tecniche della lotta e protetto da una armatura leggera, tipica dell’era Tokugawa. Sapeva usare la spada con grande maestria e aveva una profonda conoscenza delle arti marziali. Cominciò a seguire totalmente la via del samurai, andava in battaglia, combatteva contro i nemici del signore e uccideva con tutta la rabbia che aveva. Il suo nome divenne ben presto celebre anche oltre i confini della prefettura. Tuttavia, il giovane era riluttante a seguire gli ordini del signore a cui aveva dovuto giurare fedeltà. In cuor suo lo disprezzava.

Dopo poco tempo, Hiroshi cominciò ad eccedere nel bere. Una delle regole del samurai era la morigeratezza nei vizi. Il samurai doveva conoscere la propria resistenza e non bere mai oltre la propria capacità di controllare gli effetti dell’alcool. Un samurai non doveva mai abbassare la guardia, nemmeno quando beveva, in modo tale da essere sempre pronto ad affrontare qualunque imprevisto. Il signore fu informato del vizio del suo samurai più valido e ribelle, ma quando Hiroshi si presentò al suo cospetto in stato di ubriachezza, considerò quella condotta come un affronto personale e una grave violazione dell’etica del guerriero.

Fu così che Hiroshi divenne un ronin, un samurai senza padrone, un “uomo onda”. Con la dissoluzione di molti feudi per ordine dei Tokugawa, molti samurai furono costretti a provvedere da soli a se stessi. Tuttavia Hiroshi apparteneva alla categoria dei guerrieri allontanati per scorrettezze personali. Ma questa nuova condizione si rivelò quella più confacente alla sua natura così refrattaria a seguire gli ordini impartiti da altri. Si beffava del malcelato disprezzo altrui, anche perché continuava ad essere un guerriero temibile, il più temibile.

In qualità di ronin poteva contare solo su se stesso e sulle proprie abilità marziali. La sua esistenza costituiva un affronto alle leggi e alle tradizioni dell’affiliazione al clan, che aveva deciso di ripudiare con lo sgarbo al suo signore.

Hiroshi cominciò a vagare, vivendo di espedienti e assoldato come mercenario per diversi padroni. Nel suo vagabondaggio si unì talvolta ad altri ronin.

Un giorno, percorrendo una stradina in mezzo al bosco, incontrò una donna guerriero. Anche le donne della casta militare venivano addestrate nell’uso delle armi tradizionali, che dovevano adoperare contro eventuali nemici o in caso di suicidio.

Hiroshi rimase folgorato da quella donna giovane, dai lunghi capelli raccolti in una coda, vestita di un kimono di seta, armata con una lancia curva, chiamata naginata. La donna si chiamava Kiko ed era in cerca di vendetta, poiché suo marito era stato ucciso dal suo signore che aveva deciso di prendere lei come concubina. Kiko, prima di suicidarsi per protesta contro l’ingiustizia subita, aveva intenzione di vendicarsi del suo padrone. Hiroshi decise di unirsi a lei e combattere per la sua missione. Per la prima volta si sentì mosso da un sentimento d’amore verso quella donna, un sentimento così elevato da non poter essere espresso, come l’etichetta del samurai prescriveva. Si limitò a rimanerle accanto. Quando trovarono il signore che le aveva ucciso il marito, costui inviò i suoi samurai a combattere contro Kiko e Hiroshi.

Hiiroshi lottò con tutte le sue forze, incurante del pericolo come un vero samurai e uccise diversi nemici. Kiko si difese fino a quando la lama di una katana la trafisse a morte. Hiroshi, con un kiai potente si avventò sul carnefice come una furia e lo finì in pochi minuti. Dopo, guardò sgomento la desolazione dei corpi attorno a lui e il cadavere di Kiko, violato da una profonda ferita al petto.

Proseguì il suo viaggio da solo, con un nuovo dolore e una nuova acerba consapevolezza della propria esistenza. Camminò notte e giorno, fermandosi dove capitava, fino quando arrivò a Heian, l’attuale Kyoto.

Qui si fermò finalmente davanti all’uscio del Monastero zen di Eiehi-ji, fondato dal Maestro Dogen. Lo zen aveva sempre goduto di popolarità presso i samurai, perché offriva una disciplina che rendeva sopportabile il combattimento. Inoltre, anche la via dello zen si traduceva nel prepararsi alla morte.

Lo zen aiutava a sviluppare la concentrazione sul presente, sul qui e ora, e questa attitudine era molto utile al samurai che in combattimento doveva essere totalmente presente con la mente e il corpo uniti.

Quando l’uscio si aprì, chiese all’Abate di poter entrare e non ne uscì più. Hiroshi depose le armi e cominciò a fare meditazione, lo zazen, seduto sullo zafu, il cuscino nero, insieme ai monaci del monastero. Si alzava alle 4 del mattino, avvolgeva il futon su cui aveva dormito, si sedeva in meditazione nel dojo e recitava i sutra.

Poi svolgeva il lavoro nella foresta, in cucina accanto al tenzo, il cuoco del monastero, nell’orto, si occupava della pulizia e tornava a fare meditazione.

Il monastero era  accogliente nella sua austerità.

La vita del monastero acquietò la sua anima tormentata. Hiroshi, che mai aveva sopportato gli ordini e le imposizioni, si armonizzò con le regole del monastero, con la vita scandita da riti sempre uguali, precisi, rassicuranti. La sua mente trovò la pace e i demoni persero la loro consistenza, per apparire ogni tanto durante la meditazione.

Dopo un paio d’anni diventò novizio. Indossò il kolomo nero e incominciò a cucire il kesa, l’abito del monaco, il simbolo della trasmissione hin shin den shin da maestro a discepolo. Si  rasò il capo e ricevette l’ordinazione da monaco. Da allora fu chiamato Tenkyo, Specchio del cielo.

Tenkyo Myamoto morì a Eiehi-ji nel 1697.


INTERVISTA IMPROBABILE

Questa è un’intervista improbabile e impossibile a un personaggio inventato, chiamato HIROSHI MYAMOTO, samurai e monaco zen vissuto tra il 1625 e il 1697 nella prefettura di Edo, attuale Tokyo.

Domanda: signor Myamoto, può dirci in due parole cos’è lo zen?

Risposta: lo Zen non è una religione né una filosofia, bensì una metodologia dello spirito, della coscienza e della mente che può essere adottata da chiunque, in qualunque luogo e tempo. Lo Zen è una Via semplice, diretta e concreta che ci riporta alla realtà, “qui e adesso”. Percorrendo la Via dello Zen, chiunque può superare i condizionamenti e gli attaccamenti dietro cui si nasconde la realtà e immergersi nella vita attimo dopo attimo, per cogliere la Verità Assoluta e viverla liberamente e creativamente. Lo Zen non intende spiegare che cosa sia questa Verità Assoluta, perché è solo attraverso l’esperienza diretta che essa può essere contattata e ogni tentativo di spiegazione sarebbe relativo e non assoluto.

Domanda: signor Myamoto, lei si sente più monaco zen o samurai?

Risposta: io vivo costantemente nel presente, concentrato nel qui e ora. Io sono ciò che sono ora. E ora sono un monaco zen. Ma io sono al di là del mio essere monaco. Quindi, tra l’essere monaco e l’essere samurai non c’è separazione. Sono al di là di entrambe le identità.

Domanda: cominciamo dalla fine. Perché è andato al monastero zen di Eiehi-ji?

Risposta: la mia anima non era in pace. C’era molta rabbia in me. Come samurai ero impegnato ad uccidere altri esseri viventi, questa era la mia missione. Ma l’etica del samurai si sviluppa nella morte durante il combattimento in nome di un ideale, in nome della fedeltà al clan e al signore. Io ho deliberatamente disonorato questa affiliazione. Io uccidevo perché ero un guerriero, ma non seguivo un ideale, o meglio, il mio ideale era uccidere per seguire la via del guerriero. La mia vita era costellata del sangue dei miei nemici. La mia spada era la signora a cui rendevo omaggio. Nella lama della mia spada forgiata con attenzione era riposto il mio spirito. Toglievo la vita anche per pietà, quando dovevo aiutare un altro samurai a compiere il suicidio rituale. Ma una parte di me era estranea a tutto questo. Dopo l’ultimo combattimento, durante il quale è morta una donna, la donna che amavo, mi sono lasciato alle spalle il sangue e le battaglie.

Domanda: torniamo alla vita da samurai, anzi, prima. Torniamo alla sua infanzia. Quando ha capito che sarebbe diventato un samurai?

Risposta: da che ho memoria, ho sempre saputo che sarei diventato un samurai. Sono stato allevato per questo scopo. Mio padre era un valoroso guerriero. Ho ricevuto da lui i primi insegnamenti. Ho conosciuto presto la morte, fedele compagna. Tutta la nostra vita è un prepararsi alla morte. Sin da piccolo mi sono familiarizzato con la morte. Ho assistito anche alle cerimonie del suicidio rituale.

Domanda: che rapporto aveva con suo padre?

Risposta: lo ammiravo molto. Lo osservavo quando curava il suo aspetto, indossava l’armatura e impugnava le armi. Lui ha iniziato subito ad addestrarmi. Io però avevo un carattere terribile, ero un ribelle. Ero già un ronin nell’anima. Non accettavo regole e imposizioni. Ma mio padre, ora me ne rendo conto, mi è sempre stato vicino per rendermi un uomo degno di rispetto e di gloria. Lo detestavo per la sua educazione rigida e per le sue regole, ma dentro di me ero orgoglioso di lui. Era un esempio per me.

Domanda: cosa ricorda di sua madre?

Risposta: ho sofferto molto per la sua morte. Mio padre era un guerriero, è morto in battaglia e ha reso omaggio fino alla fine alla via del samurai. Mia madre ha scelto invece di morire. Ricordo la sua determinazione e la risolutezza con cui si è preparata all’atto estremo. Sono stato poco con lei. Non poteva permettersi troppo calore nei miei confronti, perché io dovevo essere un duro e per questo ero stato affidato quasi interamente a mio padre. Non ho molti altri ricordi di lei. La figura materna doveva essere poco presente nella vita di un futuro samurai per non rammollire il carattere del figlio.

Domanda: che rapporto ha con l’amore?

Risposta: l’amore quale sentimento supremo e ideale è quello che non deve essere svelato. Svelandolo si ridurrebbe la sua purezza. Io ho amato una donna, Kiko, che intendeva vendicarsi del signore che le aveva ucciso deliberatamente il marito. I rapporti carnali sono un’altra cosa. Ne ho avuti molti, perché servivano a sfogare gli istinti.

Domanda: cosa succede durante la meditazione?

Risposta: in zazen siamo seduti con le gambe in posizione del loto o semi-loto. Le mani formano un ovale, gli occhi sono semichiusi. Ci si siede su un cuscino rotondo con la schiena eretta e la nuca in estensione. Le ginocchia toccano il pavimento. La postura che si assume è come quella di una montagna, con i punti di appoggio nelle ginocchia e la testa come vertice. E come le montagne vedono passare le nuvole, vengono battute dalla pioggia, dalla neve e dal vento ma rimangono imperturbabili, così fa la nostra mente. La mente è come uno specchio, riflette i pensieri. Ma noi non dobbiamo attaccarci a questi pensieri. Dobbiamo semplicemente osservarli e lasciarli passare, come le montagne lasciano passare le nuvole. Man mano la mente si rischiara. È come quando si agita una tazza piena di acqua e fango: dopo un po’ il fango va sul fondo e l’acqua torna a essere pura. Nello zen si dice: “Quando la mente non si ferma su nulla, la vera mente appare”. In zazen ritroviamo la nostra vera mente e il nostro vero volto, che non è diverso da quello degli altri. Ritroviamo il nostro essere parte dell’universo. Ciascuno di noi lo è. Non vi è separazione tra noi, gli altri, l’erba, i sassi e le nuvole. Ciascuno è un essere senziente che ha in sé la natura di Buddha. Fare zazen è far riemergere la natura di Buddha. Il monaco è colui che sceglie di dedicare la vita a salvare tutti gli esseri senzienti.

Domanda: fare zazen è più elevato che fare i lavori?

Risposta: no. Quando facciamo i lavori domestici o ci dedichiamo all’orto, al giardinaggio o a qualunque attività noi portiamo la concentrazione che abbiamo sviluppato durante lo zazen. Lo spirito con cui viviamo è lo stesso qualunque sia l’attività che stiamo svolgendo. Ogni azione va svolta con un atteggiamento spirituale. Quando si compie azione, quella azione diventa la cosa più importante da fare in quel momento.

Domanda: un’ultima curiosità. Lei si è sempre definito un ribelle. Come è riuscito a conciliare la sua indole con la rigidità della vita monastica?

Risposta: io sono un ribelle. La natura va assecondata e accettata. Non c’è differenza tra un essere e un altro. Io non accettavo di essere comandato dall’esterno, dagli altri. Ero giovane e impulsivo. Ora sono più riflessivo ma la mia anima è ancora ribelle. Nel monastero viviamo profondamente in intimità con noi stessi. In questo contesto le regole, le cerimonie, servono a orientare il monaco nelle varie fasi della giornata e a mantenere la concentrazione. Le regole sono un monito. I suoni del monastero ricollegano i monaci alle attività che devono svolgere. Se suona il metallo significa che è ora dei pasti. Il legno all’ingresso del dojo richiama i monaci alla meditazione. Le parole sono inutili, sono suoni senza sostanza. Tutti gli esseri viventi vivono in interdipendenza tra loro, anche se nella vita ordinaria non si è consapevoli di ciò. Le regole servono a compiere le azioni giuste perché ogni gesto ha ripercussioni su tutto il creato.

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