Zazen e Kata Sanchin

da http://www.kenzenichinyo.blog

Quando ci dedichiamo ad essi sinceramente, senza riserve, 

il Kata ci insegna ad essere soddisfatti con la realtà di Heijo Shin 
(mente normale)

di Mike Cross
traduzione di Paolo Taigō Spongia

Questo articolo è stato pubblicato anni fa sulla rivista ‘Fighting Arts International’ a firma Mike Cross. E’ interessante sapere che questo autore in seguito, continuando la sua Pratica Zen con il suo insegnante Gudo Nishijima Roshi, ha contribuito all’importante traduzione e commento in Inglese della preziosa opera di Dogen Zenji lo ‘Shobogenzo’ pubblicata dalla Windbell.

I tre volumi della traduzione sono firmati Gudo Nishijima e Chodo Cross.

Kōdō Sawaki Roshi
Kōdō Sawaki Roshi

In un freddo sabato notte agli inizi del 1986 un’affollato treno delle sei partito da Ikebukuru procedeva nella pianura del Kanto, attraverso i sobborghi della grande Tokyo, verso le montagne del Chichibu.
Alla stazione di Kiyose, a trenta minuti da Ikebukuru, scesi per percorrere camminando i circa 50 metri che mi separavano dal dojo di Kiyose e le farfalle cominciarono a svolazzarmi intorno, come facevano sempre prima di una sessione di allenamento con il Maestro di Karate Morio Higaonna, capo istruttore della I.O.G.K.F. (International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation). Higaonna Sensei era già lì e, come sempre, il nervosismo cominciò crescere appena entrai nel dojo (Luogo di Pratica) e grugnii un sonoro saluto con “Onegaishimasu” (Per favore insegnatemi!), a cui rispose un’amichevole “Hai” (si!).
Era già lì anche Miko Peled, israeliano, che stava lavorando come cameriere a Tokyo così da potersi allenare con Higaonna Sensei. E così fu, Higaonna Sensei si era spostato a Kiyose nel freddo inverno solo per insegnare a noi due.
L’allenamento di quel sabato notte non fu diverso dal solito: il riscaldamento tradizionale stabilito dal fondatore del Goju-Ryu, Chojun Miyagi, fondamentali che furono duri e senza pause (perché faceva freddo), seguiti come sempre dai Kata.
Quella notte rimase particolarmente memorabile per due cose che furono dette dopo l’allenamento. Dapprima ci fu qualcosa che Miko disse sul treno sulla via del ritorno a Tokyo: “Dopo una sessione di allenamento con Sensei, mi sento completamente soddisfatto. Non desidero nient’altro”.
Permettetemi una digressione di un minuto.

Nella notte precedente la sua morte il Buddha insegnò i seguenti 8 precetti:

1) Abbi piccoli desideri.
2) Conosci la soddisfazione.
3) Apprezza la pace e la quiete.
4) Sii diligente.
5) Non perdere la consapevolezza.
6) Pratica l’equilibrata condizione di Zazen.
7) Pratica la saggezza.
8) Non ti lasciar coinvolgere in inutili discussioni.

Quando osservo il secondo punto, “conosci la soddisfazione” ricordo le parole di Miko di quella notte. La sua vita come cameriere a Tokyo poteva sembrare dura e umile, ma lui era felice con le cose così come stavano e quando disse che si sentiva completamente soddisfatto stava chiaramente dicendo la verità.

La seconda cosa che ricordo è stata la replica di Higaonna Sensei alla mia osservazione che era una vergogna che Lui perdesse il suo prezioso tempo per insegnare solo a due allievi. Sensei rispose che no, questa non era una perdita di tempo, perché era per il futuro.

Bene, nel caso di Miko, Sensei era stato premonitore, perché in un paio d’anni, insieme al mio buon amico Paul Enfield, avrebbe lasciato Tokyo con Sensei per aiutarlo ad avviare il suo nuovo dojo a San Diego, USA.

Mentre io presto abbandonai la pratica formale del Karate al fine di concentrarmi sulla pratica dello Zazen (alla quale ancora dedico il più possibile di me stesso) ma allo stesso tempo, ho continuato a credere che ci sia moltissimo terreno comune tra la pratica tradizionale dello Zazen e il Karate di Higaonna Sensei.

Forse con questo articolo io posso non solo “pubblicizzare” lo Zazen agli artisti marziali ma anche contribuire in qualche modo alla missione di Sensei di diffondere il Karate-do Tradizionale. Allora il suo sforzo verso il futuro, di quella notte nel dojo di Kiyose e in molti altri come quello, non sarà stato completamente vano. Quello che vorrei fare qui, allora, è sottolineare brevemente alcuni dei punti che hanno in comune queste due tradizioni, Zazen e Sanchin.

Zazen e Sanchin
sono entrambi Kata

 

Morio Higaonna Sensei
Morio Higaonna Sensei

Nella prefazione del suo libro (in giapponese) “Okinawa Goju-Ryu Karate-Do”, Higaonna Sensei scrive:
“Il Karate inizia con il Kata e finisce con il Kata. Questo e il mio principio guida nel Karate-do”.
Il termine giapponese Kata letteralmente significa “Forma”.
Così qualcuno che non ne sappia più di tanto potrebbe accusare Higaonna Sensei di formalismo, cioè, di enfatizzare la forma piuttosto che la sostanza. Ma questo sarebbe inesatto, perché le forme tradizionali contengono l’unità di forma e contenuto, o unità di corpo e mente.
Allo stesso tempo, praticare con tutto il cuore le forme tradizionali, usando le parole di un maestro buddista del passato, “è ottenere la libertà (abbandonare) del corpo e della mente”.

Tra i Kata del Goju Ryu, Sanchin è il più fondamentale.
Higaonna Sensei lo descrive come “il più fondamentale dei fondamentali”, e aggiunge che mentre i movimenti del Kata Sanchin sono lenti e relativamente semplici, la corretta coordinazione della postura, respiro, e mente, sono estremamente difficili da padroneggiare.

Le forme tradizionali di buddhismo includono la pratica della rasatura del capo, il metodo di cucire e indossare il Kesa (abito), la pratica del ritiro estivo di novanta giorni e la pratica delle prosternazioni. Ma tra le forme di Pratica del buddhismo, la più fondamentale è lo Zazen, cioè, sedere nella posizione del loto.
Il “Za” di “Zazen” è il termine giapponese per “sedere” e “Zen” rappresenta la fonesi (il suono) della parola sanscrita “Dhyana”, che significa “concentrazione” o “meditazione”.

Ma è un errore pensare che lo Zazen sia una qualche forma di concentrazione intenzionale o di meditazione astratta.

Gli artisti marziali possono comprendere più facilmente della maggior parte delle persone cosa sia lo Zazen, perché lo Zazen è un Kata.

Come per tutti Kata, la cosa fondamentale non è pensare qualcosa ma soltanto eseguire il Kata correttamente.
Da una parte, Zazen è un Kata più semplice di quanto sia il Sanchin. In Zazen non c’è nessun genere di movimento che si deve padroneggiare, e solo una posizione-la postura del loto. D’altro lato, sedere immobili della corretta postura seduta e semplicemente gustare e osservare ciò che è già qui, senza essere disturbati da preoccupazioni e attaccamenti, non è affatto facile.

 

L’importanza della Tradizione

Con lo Zazen la tradizione autentica è definitivamente stabilita.

Una trasmissione da singolo a singolo va direttamente indietro nel tempo sino al Buddha stesso, che visse nell’India del Nord nel VI secolo Avanti Cristo.

La pratica tradizionale dello Zazen è stata trasmessa attraverso 28 patriarchi in India prima di arrivare al Maestro Bodhidharma che viaggiò verso Occidente nel VI secolo d.C. e divenne il primo patriarca della Cina. Il cinquantesimo patriarca (23°in Cina) fu il Maestro Tendo Nyojo (Ju-Ching in cinese).

Eihei Dōgen
Eihei Dōgen

Nel 1225, il monaco giapponese Dogen incontrò il maestro Tendo, e apprese da lui il metodo tradizionale del sedere in Zazen, divenne il 51°patriarca, e tornò in Giappone nel 1227.
La tradizione del Maestro Zen Dogen è ancora viva, in parte perché egli registrò i suoi insegnamenti in una grande opera denominata “Shobogenzo“, e in parte perché la trasmissione da uomo a uomo di questo metodo di Zazen è continuata fino giorno d’oggi.
Il Maestro Zen che mi ha introdotto allo Zazen e mi ha guidato attraverso lo “Shobogenzo”, Gudo Nishijima, incontrò il maestro Kodo Sawaki nel  1940 e ricevette il suo insegnamento fino alla morte del Maestro Kodo avvenuta nel 1965.
Dopo quell’anno, Nishijima Roshi ricevette la formale trasmissione come Maestro buddista dall’anziano Maestro Renpo Niwa, abate del Tempio di Eihei-ji… e così l’autentica tradizione continua.

Higaonna Sensei è ben conosciuto per essere un tradizionalista.
La sua serie di libri in inglese, intitolati “Traditional Karate Do“, traccia la storia del Goju Ryu dal Maestro cinese Ryu Ryu Ko passando per i Maestri di Okinawa Kanryo Higaonna e Chojun Miyagi, fino al suo stesso insegnante An’ichi Miyagi Sensei.
E, come raccontato in questa stessa rivista (Fighting Arts International), Higaonna Sensei ha visitato la Cina lui stesso per ricercare in dettaglio le radici e la storia del Goju Ryu.
Allo stesso tempo, il rispetto di Higaonna Sensei verso il suo insegnante e verso la sua tradizione non è artificiale, estremo, o dogmatico. È proprio il risultato naturale, così mi pare, di genuina gratitudine; ed è l’umiltà di una persona che apprezza soprattutto le forme tradizionali che gli sono state insegnante e che ha padroneggiato.

La prima volta che vidi Higaonna Sensei e An’ichi Miyagi insieme, a Okinawa nel 1982, non fu in un dojo ma durante il tragitto verso un cinema locale.
Non c’era niente di artificiale nella relazione tra i due insegnanti, soltanto una grande amicizia ed un mutuo rispetto.

Alcuni suppongono un diretto collegamento storico in Cina tra lo Zazen e il Sanchin, tracciando l’origine di entrambe le tradizioni nel Tempio di Shaolin, dove il Maestro Bodhidharma visse, e alcuni affermano anche che il Maestro Bodhidharma ebbe un influsso sullo sviluppo dei Kata del Karate.
Nello “Shobogenzo”, comunque, il Maestro Dogen rende chiaro che per il Maestro Bodhidharma l’aspetto più portante era lo Zazen:

Il primo Patriarca, il venerabile Bodhidharma, dopo essere arrivato dall’Oriente, trascorse nove anni rivolto verso il muro al tempio di Shaolin, sedendo in Zazen nella postura del Loto. Da quel tempo ad oggi, i ‘cervelli’ (l’idea Buddhista) e gli ‘occhi’ (la visione Buddhista) hanno pervaso la Cina. La linfa vitale del Primo Patriarca è solo la pratica di sedere nella postura del loto completo. Prima che il Primo Patriarca giungesse dall’Oriente le persone dei territori d’Occidente non sapevano nulla circa il sedere nella postura del loto completo. Grazie alla venuta dell’antico Maestro dall’Oriente ne sono venuti a conoscenza. 
Essendo così che, solo semplicemente sedere nella postura del loto, giorno e notte, dall’inizio alla fine di questa vita, e per decine di migliaia di vite, senza abbandonare il territorio del Tempio e senza avere nessun’altra occupazione, è il samadhi (stato di equilibrio) che è il Re dei samadhi“.

Ma per me, almeno, le due tradizioni sono perfettamente unite, perché la pratica del Sanchin mi ha condotto direttamente allo Zazen del Maestro Bodhidharma.

Fu in una libreria ad Okinawa, nell’Aprile 1982, dopo una sessione di allenamento con Higaonna Sensei, che mi accadde di prendere tra le mani un libro intitolato: “Come Praticare Zazen” che era stato scritto da Nishijima Roshi.

Un’altra cosa che mi sono riportato indietro da quella trasferta ad Okinawa è l’importante esortazione che An’ichi Miyagi Sensei mi aveva dato, non con le parole, ma con le sue mani:

‘Tieni la schiena ben diritta’.

La Postura Corretta,

Tenere la schiena diritta

Kodo Sawaki Roshi
Kodo Sawaki Roshi

Tenere la schiena ben diritta è assolutamente essenziale sia nello Zazen che nel Sanchin.
Per ottenere questo noi spingiamo in su con la nuca, tirando leggermente il mento in dentro e evitando di pendere in avanti o all’indietro a destra o a sinistra.

Inoltre, sia nello Zazen che nel Sanchin, le spalle devono rimanere basse, il petto è mantenuto aperto, la lingua è spinta contro il palato superiore, e gli occhi sono tenuti naturalmente aperti.

Higaonna Sensei sottolinea che nel Sanchin dobbiamo essere saldamente radicati alla terra, con le dita dei piedi il più aperte possibile e come se afferrassero il suolo (come un polipo). Come nel Sanchin, così anche nello Zazen: la postura tradizionale del loto completo (con entrambe le ginocchia che premono al suolo e i glutei su di un cuscino) ci fa apparire e sentire radicati, ben diritti, e inamovibili – come se nulla potesse recare disturbo alla postura stessa.
Nello ‘Shobogenzo’, il Maestro Dogen cita le parole del Buddha stesso:

Dovremmo sedere come dei dragoni avvolti a spirale! Nel vedere anche soltanto un’immagine disegnata della postura del loto, anche il re dei demoni è impaurito. Quanto può esserlo di più se vedesse una persona che sta realmente sperimentando lo stato di realtà, sedendo immobile e senza vacillare ?”.

Respirare dal Tanden

Nel suo libro in Inglese: ” Karate-do tradizionale” vol.2: ‘esecuzione dei kata’, Higaonna Sensei scrive,

Quando esegui il Kata Sanchin, devi immaginare che l’aria non si fermi ai polmoni, ma continui il suo percorso giù fino al basso addome. La respirazione del Sanchin (come quella del bambino) è addominale e non fa sollevare il petto.

Poi continua “Dopo che avrai praticato il Kata Sanchin per un certo periodo di tempo sarai capace di concentrare tutta la tua potenza nel Tanden (circa tre dita sotto l’ombelico). 
Questo traguardo, io credo, non solo ti aiuterà a vivere una vita più lunga, ma ti aiuterà a fronteggiare le situazioni stressanti con un atteggiamento più calmo.

Il maestro Zen Dogen non fa menzione del Tanden nel “Metodo dello Zazen” nello ‘Shobogenzo’(essendo il suo principio che il respiro debba essere naturale, non oggetto di uno sforzo intenzionale), ma fa menzione del respiro Tanden in un altro libro intitolato “Eihei Koroku“. Afferma,
Nello Zazen di un monaco, solo il sedere con una postura diritta sarebbe la cosa principale. Dopo di ciò, regoliamo il respiro e realizziamo la mente. (Non solo nel Piccolo Veicolo ma) anche nel Grande Veicolo (Buddhismo Mahayana), esiste un metodo di regolare il respiro; cioè, essere consapevoli, questo respiro è lungo, questo respiro è breve, questo è il metodo di regolare il respiro nel Grande Veicolo. Il respiro va al Tanden e se ne va dal Tanden. L’espirazione e l’inspirazione sono differenti, ma entrambe sono eseguite dal Tanden – è facile così comprendere l’impermanenza, e facile ottenere una mente equilibrata.”

Il Tanden sembra essere strettamente correlato al sistema nervoso autonomo, che governa i processi fisiologici e mentali che sono al di là del nostro controllo cosciente.
Il sistema nervoso autonomo ha due settori principali: il sistema nervoso simpatico che stimola il corpo e la mente e risveglia (per esempio nell’affrontare una situazione d’emergenza) e il sistema nervoso parasimpatico che si occupa di recuperare le energie e la salute. Mentre il sistema nervoso simpatico si dirama dal sistema nervoso centrale all’altezza della nuca e del petto, il sistema nervoso parasimpatico diparte dal sistema nervoso centrale in due punti: alla base del cervello, e alla fine della spina dorsale.
Parrebbe che il respiro naturale dal Tanden sia strettamente correlato con la funzione dei nervi sacrali parasimpatici – quelli che emergono dalla base della spina dorsale, e che si innervano densamente nella bassa regione addominale.
A parte le spiegazioni fisiologiche, il Maestro Dogen ci ricorda nello ‘Shobogenzo’ che respirare è la nostra vita:

Il passato è stato espirazione ed inspirazione, ed il presente è espirazione ed inspirazione. Questo dobbiamo sostenere e su questo dobbiamo fondarci, come il Fiore del dharma (la meravigliosa realtà) che è troppo bella da poter essere oggetto del pensiero.

Heijo Shin (La Mente Normale)

Heijo Shin (calligrafia di Nishijima Roshi)
Heijo Shin
(calligrafia di Nishijima Roshi)

Il concetto di Heijo Shin, o ‘mente normale’ viene dal Buddhismo cinese.
Indietro fino alla Dinastia Tang nel 9° secolo Dopo Cristo, il Maestro Zen Joshu chiese al suo Maestro Nansen “Cos’è la verità?” il Maestro Nansen rispose “La Mente Normale è la Verità stessa.

Hei significa ‘livello’ o ‘ equilibrato’ o ‘ordinario’ o ‘medio’, e jo significa ‘costante’. Insieme heijo significa ‘normale’ o ‘ordinario’.

Shin significa ‘mente’. Nel libro ‘Okinawa Goju-Ryu Karate-Do’ (in giapponese).
Higaonna Sensei scrive circa l’ Heijo Shin o ‘mente normale’ come segue:

Quello che coordina la postura del Sanchin ed il suo metodo respiratorio è la mente. ‘Mente’ significa il giusto atteggiamento mentale. Per esempio, non dovremmo portare le nostre preoccupazioni quotidiane durante la pratica del Kata Sanchin. Le preoccupazioni e le ansie provocano il rilassamento dei muscoli del corpo che invece dovrebbero essere mantenuti in tensione durante l’esecuzione del Kata Sanchin. Le preoccupazioni disturbano anche il ritmo del respiro. Il corretto atteggiamento mentale che evita questi problemi non è altro che Heijo Shin (la mente normale). E la continua, perseverante, giornaliera pratica del Kata Sanchin costruisce la forte costituzione mentale che ci permette di mantenere la mente normale.

Nel considerare il significato di ‘Mente Normale’, è di nuovo interessante considerare la funzione del sistema nervoso autonomo. Come detto prima, un forte sistema nervoso simpatico ci rende pronti ad ogni evenienza, o a situazioni inattese. Così quando il sistema nervoso simpatico è troppo forte, ci rende anormali, non equilibrati. E quasta relazione si manifesta anche all’inverso: voler divenire qualcosa di speciale eccita il sistema nervoso simpatico rendendolo troppo forte.
E’ per questo che gli insegnamenti del Maestro Dogen pongono molta enfasi nel praticare solo gustando la pratica, praticare solo per praticare, non tentare di divenire un Buddha, non cercare di divenire nulla.
Nelle sue parole il Maestro Dogen dice,

Lo stato dell’autentica esperienza non ha scopo, ed è comunque sforzo.

La pratica quotidiana di Zazen e del kata Sanchin ci insegnano il valore del fare uno sforzo senza scopo. Quando ci dedichiamo ad essi sinceramente, senza riserve, il Kata ci insegna ad essere soddisfatti con la realtà della mente normale – essere soddisfatti con ciò che è già qui, davanti a noi.

© Tora Kan Dōjō

www.iogkf.it

www.torakanzendojo.org

 

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