2017, maggio: i ricordi di Asai sensei

Scritto da Paolo Bottoni

L’aneddoto è troppo ghiotto… Ricordato che dopo la famosa dimostrazione in cui fece da uke a Tada sensei per VENTISETTE minuti venne ingiustamente rimproverato di essere sfiatato perché fumava troppo (“Sarei morto anche se non avessi fumato!…), Asai sensei ci ha regalato nel suo ultimo seminario a Roma un’altra chicca.

A Venezia nel 1968 venne chiamato dal maestro con un imperativo “Vieni che facciamo una foto”. Aggiungo un tocco di scandalo: all’epoca Asai Katsuaki era 5. dan, quindi era giunto a un livello tecnico che noi consideriamo già molto elevato, sotto ogni aspetto. Perlomeno noi.

Capitò però a disilludermi, anni fa, una mia richiesta al maestro Tada: se non sarebbe stato opportuno acquistare una copia di un raro filmato degli anni 50 in cui lui appariva assieme al fondatore Ueshiba Morihei e al compianto maestro Nobuyoshi Tamura. La risposta non mi colse del tutto preparato: “No, secondo me non ne vale la pena. Eravamo ancora ragazzi inesperti, senza arte né parte. Quinto o sesto dan…” (ma non vi preoccupate, il filmato me lo procurai comunque).

E veniamo al ragazzetto Asai: era tra i più giovani uchideshi dell’Hombu Dojo, quando fu inviato in Germania per crearvi dal nulla un importante movimeno aikidoistico credo che avesse circa 23 anni. All’epoca del fattaccio 25 o 26, quindi era nel pieno delle sue forze e in una età in cui non si lesina l’entusiasmo. Potete controllare in questo video, di poco posteriore.

Non ebbe quindi difficoltà ad accogliere l’invito di Tada sensei, di cui era all’epoca uke abituale, sia durante le lezioni che durante i non rari enbukai. Mal gliene incolse… Il maestro Tada in realtà fece scattare tutto l’intero rullino di 36 foto, mentre sballottava Asai qua e là.

Giunto più o meno incolume alla fine delle 36 proiezioni Asai si congratulava con sé stesso per essere ancora vivo e si preparava a tirare un respiro di sollievo. Quando vide con orrore che il maestro tirava fuori dalla borsa altre 6 pellicole…SEI.

Alla fine gli chiese di avere almeno qualche foto, e ne ottenne un paio. Le altre?…. Circa 10 anni dopo venne deciso di allargare uno degli spogliatoi del Dojo Centrale di Roma demolendo un tramezzo, e fu così che – incaricato dell’imcombenza a suon di mazza – “Tanto sei già abituato col bokken”  – scoprii in un angoletto una scatola impolverata con dentro delle foto. Tra cui questa… erano quelle del famigerato “facciamo una foto” di Venezia.

Vennero consegnate alla redazione della rivista Aikido e alcune pubblicate subito (e proprio questa fu la prima, sul finire degli anni 70), le altre centellinate via via. Poi negli anni successivi purtroppo scomparvero assieme a tutto l’archivio fotografico..Me ne ricordo altre altrettanto strabilianti, chissà che fine hanno fatto. L’autore delle foto era con ogni probabilità Giovanni Granone, ma forse con la fida Nikon F del maestro Tada.

Ma a quei tempi non si usava affatto fornire i “crediti” dei vari collaboratori. Giovanni ricordava sorridendo di avere avuto più pseudonimi di Fantomas, scriveva infatti molto, alcuni numeri di Aikido li redasse praticamente da solo. Ma si preferiva lasciar credere a un nutrito nucleo di scrittori anelanti di dare il loro contributo. Firmare anche le foto gli sarebbe sembrato decisamente troppo.

Forse non ha troppa importanza: magari mi illudo, ma la sua mano mi sembra di riconoscerla anche quando manca la firma.

Ma torniamo all’episodio. E all’atmosfera di quei tempi. Era diversa, molto diversa. Non sono di solito un laudator temporis acti ma un mini sermoncino purtroppo oggi vi tocca.

 

I rarissimi e malridotti filmati che vi possono mostrare la veemenza di Tada e Asai sensei sono già eloquenti di per sé. Ma leggeteli anche tra le righe: oltre a capacità tecniche al massimo livello, oltre a una professionalità ineccepibile, i nostri grandi maestri – da giovani o no, anzi sempre giovani – dimostrano nella loro pratica un entusiasmo che è difficile cogliere in tanti praticanti d’oggigiorno. Qualunque sia il loro grado.

E’ un peccato: i nostri limiti tecnici o fisici sono difficilmente superabili. All’entusiasmo non c’è nulla e nessuno che possa porre un limite.

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