Il Segreto del Budō: Kyu Shin Ryu, la scuola per dirigere lo spirito

 

Un giorno, nell’epoca Tokugawa, un samurai, grande maestro di kendo, volle scoprire il vero segreto della sua arte. A mezzanotte si recò al santuario di Kamakura, salì i numerosi gradin ioi che portavano al tempio e rese grazie al dio del luogo, Hachinam, un grande bodhisattva divenuto, in Giappone, il protettore del Budo. Ridiscendendo i gradini, intuì davanti a sé, sotto un grande albero, la presenza di un mostro. D’istinto sguainò la spada e l’uccise all’istante, inconsciamente.

Il bodhisattva Hachinam non gli aveva rivelato il segreto del Budo, ma grazie a questa esperienza, sulla via del ritorno, comprese. L’intuizione e l’azione devono scaturire nel medesimo istante; non è permesso pensare nella pratica del Budo. Quando si agisce, intenzione e azione devono essere simultanee. Se ci si chiede: «Il mostro è là, come ucciderlo?», se si esita, è il solo cervello frontale a entrare in azione. Cervello frontale, talamo, ossia cervello profondo, e azione devono agire nello stesso istante. Come il riflesso della luna che non rimase mai fermo sull’acqua fluente, mentre l’astro splende alto nel cielo, immobile. Questa è la coscienza hishiryo.

Quando durante zazen, esorto a rimanere perfettamente immobili, questo, di fatto, significa che non bisogna indugiare sui pensieri, ma lasciarli fluire. Rimanere immobili significa, in realtà, non esser fermi, non indugiare. È come una trottola che gira: può apparire immobile, e invece ruota vorticosamente. Non se ne può osservare il movimento che all’inizio e alla fine, quando progressivamente rallenta. Così la naturalezza nel movimento è il segreto del kendo, la Via della spada. Ed è il segreto del Budo e dello Zen.

Questo stesso spirito vive in tutte le arti marziali, qualunque siano le loro differenze tattiche e tecniche. Così, il judo (ju: dolcezza; do: via) è la via della cedevolezza (yawara). Il maestro Kano ne fu il fondatore dopo la rivoluzione Meiji. I samurai, quei feroci guerrieri, apprendevano lo yawara, la tecnica della dolcezza. In Giappone i samurai dovevano imparare sia le arti della guerra che quelle della vita civile. Dovevano studiare il Buddhismo, Lao-tzu, Confucio e, nello stesso tempo, apprendere il judo, l’equitazione, il tiro con l’arco. Nella mia infanzia ho imparato lo yawara dal mio nonno paterno. Quello materno era invece dottore in medicina orientale. Ho così compreso, a  pocoa poco, che le arti marziali e lo Zen hanno un unico sapore, e che la medicina orientale e lo Zen costituiscono un’unità. Kodo Sawaki diceva che il loro segreto è Kyu Shin Ryu, «l’arte di dirigere lo spirito».

Tratto da ‘Lo Zen e le Arti Marziali’ di Taisen Deshimaru Roshi

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Aldo Raul Garosi
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