Una Disciplina non efficace, ma molto efficiente

Dalle colonne di Aikido Italia Network un interessante contributo sul tema dell’efficacia/efficienza nell’Aikido

Una Disciplina non efficace, ma molto efficiente

di NINO DELLISANTI

Insegnante di riferimento dell’Associazione Shisei di Torino, aderente al Progetto Aiki, maestro di Aikido (6°dan Aikikai), Iaido (5° dan CIK-EKF), Jodo (5° dan CIK-EKF)

Non c’è contenuto senza che vi sia prima una forma. Dovrebbe risultare facile essere tutti d’accordo. Possiamo inoltre porre l’accento sul fatto che per la cultura giapponese (ma non solo) la forma è sostanza. Anche su questo dovremmo essere tutti d’accordo.

Così dicendo affermiamo che le proprietà di quella “specifica” forma costituiscono di per sé un elemento che possiede una “sostanza” valido per sé e non solo per quello che contiene. Nella lingua tedesca si parla della “gestalt” (traduzione di forma) riferendosi, ad esempio, a situazioni complesse, per sottolineare la configurazione di diversi elementi nel costituire un tutto armonico, che ha, quindi, significato.

Noi, che studiamo una disciplina giapponese (che questa sia l’Aikido o un’altra del Budo), accettiamo senza particolari problemi tutte quelle “forme” che costituiscono il reishiki e gli riconosciamo immediatamente uno status che supera il semplice gesto per arrivare ad un contenuto profondo… ma apprendere quella forma è “tecnica”! Si apprende, si interiorizza, se ne assume il significato, agisce su di noi modificando il nostro modo di penetrare la pratica…. Tecnica! Sapersi sedere, compiere un rei, andare a prendere un diploma di grado… qualcuno pensa che sia poco importante apprenderne la tecnica?

Poi improvvisamente si passa a quelle altre forme che definiamo ikkyo, nikyo etc… e improvvisamente ci si ribella ad assumerne il significato “oltre”. In questo caso può capitare che con fatica si accetti di essere costretti in un preciso ambito arrivando a teorizzare che tutto ciò ne possa minare l’efficacia.

Efficacia? Di cosa stiamo parlando?

Il dizionario (uno qualunque) definisce efficacia come: Il rapporto tra i risultati ottenuti e gli obiettivi posti.

Ancora:

1) Che produce l’effetto desiderato. SINONIMO valido, utile: rimedio efficace.

2) Che ha forza espressiva. SINONIMO incisivo, persuasivo: una scena molto efficace.

Ma l’effetto desiderato che ci poniamo nell’eseguire ikkyo o chudan tzuki è quello di atterrare un avversario, colpire un bersaglio per neutralizzare o piuttosto quello di compiere un lavoro su di sé?

Siamo certi di cogliere la vera differenza tra un gesto che può arrivare ad essere gesto sportivo piuttosto che di autodifesa e il budo?

Quando il termine “efficace” è inutile 

Il problema è che se diciamo che il budo non è sport siamo tutti d’accordo ma se con la stessa motivazione teorica affermiamo che il budo non è ricerca dell’efficacia fine a se stessa ci troviamo su posizioni, tra loro, molto diverse. Il problema è, a mio modesto avviso, che ci siamo lasciati distrarre dai temi di attualità piuttosto che compiere una riflessione più specifica del nostro dedicarci ad una disciplina. Non siamo noi che abbiamo imposto il tema dell’efficacia come possibilità di difenderci nella strada da un attacco in virtù dell’aver appreso tecniche micidiali, è la “strada”, quella che percorriamo ogni giorno nel tragitto da casa nostra al lavoro, che, diventata luogo dell’insicurezza, propone il suo tema. Si è snaturato il senso di “effetto desiderato”. Non il lavoro su di noi ma la possibilità di difenderci… errore, orrore.

Ormai è troppo tardi, il lemma “efficace” nei nostri ambienti assume il significato di “adatto ad essere applicato, così come è, alle situazioni reali di scontro”. È un termine che non ci serve più. È diventato inutile. Nel senso comune è divenuto un elemento che ci distrae nella pratica, se siamo praticanti, e nell’insegnamento, se siamo istruttori. Il termine “efficienza” mi pare essere, quindi, più adatto.

Riprendo il dizionario:

1 Che produce o può produrre un effetto/Competenza e prontezza nell’assolvere le proprie mansioni: e, nel lavoro; con riferimento a cose, capacità di raggiungere i risultati richiesti: controllare l’efficienza di una macchina || essere in piena, perfetta e.,. rendere al massimo.

Fino a questo punto, se letta superficialmente, sembrerebbe di trovarci di fronte ad un sinonimo ma poi arriva la seguente definizione:

L’efficienza è la capacità di azione o di produzione con il minimo di scarto, di spesa, di risorse e di tempo impiegati. Il termine varia ampiamente a seconda delle diverse discipline.”

L’efficacia, quindi, è riassumibile come la capacità di raggiungere l’obiettivo prefissato, mentre l’efficienza si occupa delle qualità intrinseche ad un agire. Altro che sinonimi! Ci siamo finalmente arrivati: “efficace” è occuparsi di tecnica nel suo risultato, mentre “efficiente” è preoccuparsi dei principi sottointesi nel movimento che stiamo eseguendo (la tecnica). Ecco che se studiare una tecnica, nella sua forma viene finalizzato ad un comprenderne l’efficienza piuttosto che l’efficacia, cominciamo ad agire per ritrovare lo spirito del budo quando si è separato dal bujutsu, il Do, la ricerca di una Via. Sempre a mio modesto avviso naturalmente.

Perché vergognarsi di una disciplina che non è efficace, ma piuttosto efficiente?

Esistono veramente discipline autenticamente efficaci? Non credo, non in quelle che definiamo come arti marziali. L’efficacia (intesa come capacità offendere-difendere) attiene all’individuo e non allo strumento. Alla soggettività e non all’oggettività.

La questione del Metodo

Si apre un nuovo capitolo, sgombrato il panorama da un termine pesante e non pensante (che non aiuta il pensiero), rimane il problema del cosa insegnare e come insegnarlo.

Credo che sia esclusivamente un problema del punto di vista. Uno studente passa 13 anni della sua vita a conoscere e re imparare le stesse cose, un programma di storia, di matematica, etc. Se arriva all’università (facoltà di lettere) senza conoscere la grammatica, qualcuno dovrà reinsegnargliela oppure tutti noi dovremo accettare il fatto che i neo laureati siano incapaci di scrivere, e di leggere correttamente (con il senso giusto e profondo) ciò che altrove è scritto. Tecnica.

Il desiderio di saltare dei passi è fortemente presente. È una attitudine che posso facilmente capire negli studenti, decisamente meno negli insegnanti… Saltare dei passi nell’insegnamento è dimenticarsi del proprio percorso e proporre il proprio livello come propedeutico. Sarebbe come trovare normale che un maestro elementare proponesse lo studio della storia per come sono le sue conoscenze universitarie, piuttosto che tenendo conto del livello dei suoi discenti.

Ma nel budo questo è normale… invece è egoistico. È proporsi come modello piuttosto che come docente, o meglio è proporsi esclusivamente come modello, affermando che questa sia la condizione sufficiente perché i praticanti possano essere bagnati dal sapere ed esserne ispirati. Certo, ispirati lo sono, ma per un talento che riesce ad emergere vi sono mille individui ai quali non è stato dato alcuna possibilità per progredire veramente. Una solida base.

La base non è divertente? Neppure la grammatica e a me manca il fatto di non averla studiata a sufficienza quando era il tempo di farlo.

 

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Aldo Raul Garosi
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