La Poesia di Ryōkan

La Poesia di Ryōkan

Monaco e poeta zen giapponese vissuto a cavallo dei sec. XVIII-XIX d.C. (morto nel 1831). Discepolo e successore di dharma del maestro Kokusen, abate del monastero Entsui-Ji di Tamashima, iniziò un lungo peregrinare che lo portò nelle zone più sperdute del Giappone, fino a che decise di ritirarsi sul monte Kugami, per praticarvi un rigido ascetismo. Qui scrisse le sue poesie, che sono tra le più belle della letteratura zen (dal Dizionario del Buddhismo, a cura di V. Sirtori, Vallardi 1994)

 

 

 

 

da un testo di Federico Scardanelli

Quell’uomo si chiama Ryōkan. Una figura nobile, eccentrica e leggendaria nella spiritualità giapponese. Nato nel 1758 nel villaggio di Izumozaki, nell’attuale provincia di Echigo, Ryōkan, che prima di diventare monaco buddista era Eizo, è il primo figlio del capo villaggio, un uomo discendente da una schiatta di samurai, che associava l’amore per la disciplina a quello per la poesia. Eizo è destinato a prendere il posto del padre tra le figure eminenti del villaggio, ma si sente inadatto al compito. Come mai? Perché Eizo è un uomo buono, guidato dalla compassione per tutti gli uomini, incapace di scaltrezza e di rancore. Ma secondo l’etica di allora – che è la stessa di oggi – chi è buono è un cretino, chi non è furbo non diventerà mai potente. A diciotto anni, nel 1775, Eizo lascia il mondo per ritirarsi nel tempio Kosho. La scelta è repentina, inspiegabile. Secondo alcuni documenti, Eizo era innamorato follemente di una donna: forse respinto, forse consapevole che quel legame gli avrebbe avvelenato il cuore, dopo essersi congedato dall’amata, si rase il cranio percorrendo la via del Buddha. Secondo altri, Eizo, apprendista capo villaggio, scoprì il male che vive nell’uomo e ne fu terrorizzato. Incapace di punire un ladro, inabile a comminare pene di morte a danno dei colpevoli, ritenendosi egli stesso più colpevole di tutti, per tutto, scappò dal villaggio natale per rifugiarsi nel tempio.

Così, Eizo diventa Ryōkan, il grande folle, il grande idiota. Il vecchio nome viene scrostato insieme alla vecchia vita. Ryōkan è un monaco che si impegna nella pratica, che non ha paura di svolgere le mansioni più umilianti. Soprattutto sotto la guida del maestro Kokusen Dainin (1723-1791) Ryōkan cresce nella comprensione del buddismo Zen. Studia con applicazione lo Shoboghenzo di Dogen (1200-1253), un genio del pensiero buddista; si esercita copiando le poesie del Man-yoshu, la più antica e autorevole raccolta di poesie classiche del Giappone. In breve, diventa un maestro nell’arte della calligrafia, un grande poeta, un maestro spirituale. Quando Kokusen gli chiede di diventare la guida dei suoi monaci, l’atto preliminare per essere il capo di un monastero e assurgere alle alte cariche ecclesiastiche, Ryōkan, docile e fermo, che ha accusato di malcostume in testi di rara ferocia parti dell’ecclesia buddista, rifiuta. Comincia qui la leggenda di Ryōkan, il grande eremita, il poeta solitario, l’idiota.

Ryōkan rompe con tutte le consuetudini, rompe lo schema delle attese e delle aspettative. Sconfigge la rabbia con la compassione; alla dimora certa preferisce il vagabondaggio e l’incertezza; alla sicurezza preferisce il rischio; antepone la povertà al lusso, la preghiera alla gloria, l’insussistenza alla fama. Ryōkan ama la compagnia dei bambini ed è celebre l’icona del monaco che gioca con i piccoli a palla, alla periferia delle città. Rifiutando le passioni del mondo, Ryōkan vive in sintonia con la natura: le sue poesie celebrano il cambiamento delle stagioni, sono piene di fogli, di fiori, di squilli di uccelli. Ryōkan è l’equivalente di un San Francesco giapponese, un uomo che predilige la povertà, che ha mendicato il cibo in cambio di preghiere e che ha reputato l’attività poetica essenziale per la vita spirituale.

Non indugiare mai negli estremismi. Questa è l’opinione di Ryōkan. Pur abitando in un eremo quasi inaccessibile, il monaco non rifiuta la compagnia e il calore dell’amicizia. Solo, è consapevole che ogni legame è effimero, che si deve vivere in profondità l’istante, senza progettare il domani, che ora, al momento, non esiste, è un labirinto di paradossi. Pur dimorando nella povertà, il monaco non impone la sua scelta di vita – durissima – agli altri. Quando scrive poesie, poi, Ryokan non si ritiene un artista: le regala a chiunque. Ed è premuroso, soprattutto, con chi lo tratta male.

Il rapporto tra educazione spirituale e attività poetica spesso è tutt’uno nel mondo orientale. I grandi maestri spirituali spesso sono grandi poeti. Questo perché la poesia è un periscopio che sfonda gli abissi dell’anima. Ryōkan è l’emblema del poeta eremita, del monaco vagabondo, che non ha alcun possesso se non i versi, fugaci come farfalle. I precedenti, notissimi, sono quelli di Saigyo (1118-1190), il monaco che ha lasciato tutto per seguire, con il pennello, l’odore dei fiori di ciliegio, e di Matsuo Basho (1644-1694), il poeta che ha perfezionato l’haiku, quel bagliore di sillabe capace di declinare un destino. Ryōkan, che morirà il 6 gennaio del 1831, dopo diverse sofferenze fisiche, in meditazione, al tramonto, aveva come modello e prototipo il monaco eremita cinese HanShan, vissuto nel secolo VIII. Concentrato assiduamente nell’estinzione del sé (“nessuno sa che tipo d’uomo sia: ci sono vecchi che lo conobbero e dicono che fosse povero, un pazzo”, dicevano di lui), HanShan scriveva i suoi versi sulle cortecce degli alberi, sulle pietre, sul vento. Le poesie, in effetti, sono come la vita: appena affermi una cosa, afferrandola, essa scompare, si sbriciola, già non è. La poesia è la rincorsa a quella parola, esatta, che dica la vita, la morte.

Nel discorso di accettazione del Premio Nobel per la letteratura, nel 1968, Yasunari Kawabata, il massimo scrittore giapponese del Novecento, cita Ryōkan come un simbolo. “Ryōkan si isolò dalla volgarità contemporanea e si immerse nell’eleganza raffinata dell’epoca classica, avendo come soli compagni poesia e scrittura […] visse in sintonia con lo spirito delle sue poesie, trovando rifugio in capanne di frasche, indossando vesti dimesse, vagabondo per le campagne, giocando con i bambini e parlando con i contadini, senza ricercare in astrusi discorsi l’essenza della letteratura o della religione, professando una semplice fede nel principio ‘volto sereno e parole gentili’”. La fuga mundi, forse, è una disciplina estetica necessaria.

La vita di Ryōkan, pur perfettamente orientale, ha analogie non solo con quella di San Francesco, ma anche con i ‘monaci folli’ che costellano i romanzi russi dell’Ottocento. Ryōkan è proprio come l’idiota eternato da Fëdor Dostoevskij, orientato al bello e al buono, per questo deriso dal mondo. D’altronde, “quanto nel mondo è stolto Dio ha scelto per confondere i sapienti, quanto nel mondo è debole Dio ha scelto per confondere i forti, quanto nel mondo è ignobile e disprezzato Dio ha scelto e ciò che è nulla, per annientare le cose che sono, affinché nessuno possa gloriarsi davanti a Dio”, scrive San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (1, 27-29). Chi è idiota agli occhi dell’uomo di mondo, in realtà, è colui che vive in pace con Dio. I ‘folli di Cristo’, che nella Chiesa ortodossa si chiamano jurodivyj, rifiutano il mondo accucciandosi totalmente in Dio, “insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; fino al presente siamo divenuti come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti!” (1 Cor 4, 12-13). La vita dello jurodivyj è speculare a quella di Ryōkan. In una delle pagine più intense de I demoni, il romanzo di Dostoevskij, Stavrogin, che raffigura il male nei suoi aspetti più volgari e perversi, va a confessarsi dal monaco Tichon. In realtà, attende una punizione degna della sua grandezza, della sua infinita malvagità. Il monaco, tuttavia, lo sorprende. “Peccando, ogni uomo pecca contro tutti gli altri e ogni uomo è in qualche modo colpevole dei peccati altrui. Non esiste un peccato individuale. Io sono grande peccatore, forse più di voi”. Il ‘folle di Dio’ si fa carico dei peccati commessi dall’umanità, risolvendoli, espiandoli per tutti. Aderire alla povertà e alla poesia – che è la più povera tra le arti, la minima – è la sola ricchezza.

Alcune poesie di Ryōkan, estratte da “Daigu Ryōkan”, a cura di Luigi Soletta

Voglio camminare

nella retta Via,

per mille anni,

come se fossero

un solo giorno.

 

***

La verità non la trovi leggendo molti libri,

ma in una sola parola.

Se mi chiedi cosa è questa parola:

conoscere realmente il tuo cuore

***

Ricordo gli anni passati a Entsuji,

la lunga sofferenza nella solitudine.

Al suo ricordo, verso lacrime di gratitudine,

tante da confluire nelle acque del ruscello.

Verso lacrime, pensando al modo

di alleviare le sofferenze

degli uomini.

***

Come ricordo

voglio lasciare

i fiori della primavera,

il canto del cuculo d’estate

i colori dell’autunno.

***

Dal giorno della mia venuta in questo luogo

sono trascorsi molti anni.

Quando sono stanco, mi riposo;

quando sto bene, metto i sandali e cammino.

Non mi curo delle lodi degli altri,

non mi lamento del loro disprezzo.

Con questo corpo, ricevuto dai genitori,

mi abbandono al mio destino, gioiosamente.

***

Come un fiore colto al mattino

è il monaco Ryōkan;

ma il suo ricordo resterà per sempre.

***

Tutti i giorni, senza eccezione,

vado a giocare coi bambini.

Porto due o tre palle nelle mie tasche;

sono un uomo inutile, ma felice,

in questa pace primaverile

Calligrafia di Ryōkan, incisione su legno

Il primo giorno d’estate

tiro pigramente le vesti

nelle fauci dell’acqua

di verde intenso i salici

hanno colorato la riva

e fiori di pesco si disperdono

nel vento mattutino

cammino toccando l’erba

simile a coltelli e casualmente apro

il cancello – le farfalle assediano

il giardino a sud e i fiori di rapa

s’irradiano dal recinto a est

qui – in un’atmosfera perfetta

l’estate ha giorni infiniti

in questo luogo remoto per natura

mi muovo verso la bellezza

maneggio poche parole

ed esse diventano poesia

chi lo sa se le mie poesie sono poesie?

le mie poesie non sono poesie

quando capisci che

le mie poesie non sono poesie

allora potremo parlare di poesia insieme

***

Leggere poesie,

giocare alla palla,

camminare nei prati:

è l’unico desiderio del mio cuore

***

A tarda notte, prendo in fretta l’inchiostro

e col volto allegro di sakè, faccio scorrere il pennello.

Voglio uguagliare il profumo dei fiori di pruno;

sono vecchio, ma non voglio essere inferiore a loro

***

Nell’ascoltare la voce

del torrente coperto di muschio

che scende dalla roccia,

anche il mio cuore

diventa trasparente

***

“…Le mie poesie non sono poesie…”

Bisogna fuggire il mondo per foraggiare l’ingegno

Alcuni dei suoi contemporanei lo consideravano un santo, (per certi aspetti la sua figura era paragonabile a Francesco d’Assisi) per altri era un grande poeta e per alcuni era soltanto un monaco pazzo, in ottemperanza al nome che aveva assunto. In Giappone vengono tramandati numerosi aneddoti sulla sua vita. È pratica comune per un monaco l’astenersi dal mangiare carne. Un giovane monaco che stava cenando con Ryōkan lo sorprese mentre stava mangiando pesce. Quando gli chiese perché, Ryōkan rispose: “Mangio pesce quando mi è offerto, ma non mi disturba nemmeno che durante la notte le pulci e le mosche festeggino con il mio corpo”. Tra l’altro viene riportato che Ryōkan dormisse avvolto in una zanzariera in modo da non far male agli insetti che lo tormentavano. Ryōkan non disdegnava neppure il vino di riso e a volte ne beveva fino all’eccesso.

Mando uno dei bambini in paese a comprare del vino

E dopo che sarò ubriaco butterò giù un paio di righe di calligrafia

A Ryōkan inoltre piacevano molto le feste che si tenevano durante l’estate nei villaggi, alle quali però si recava travestito da donna perché un monaco non avrebbe potuto parteciparvi.

Una sera un ladro irruppe nella misera capanna di Ryōkan alla base della montagna, ma non trovò niente da rubare. Ryōkan gli disse: “Hai fatto un lungo cammino per farmi visita e non puoi tornare a mani vuote. Ti prego di prendere in regalo i miei vestiti”. Quando il ladro sconcertato fuggì con i suoi vestiti, Ryōkan si sedette nudo, guardando la luna e pensando: “Pover’uomo, avrei voluto dargli anche questa bella luna”. Questa storia può essere una interpretazione di una poesia haiku di Ryōkan:

Il ladro ha lasciato alle spalle

la luna

alla mia finestra.

All’età di sessant’anni Ryōkan si ammala e non è più in grado di continuare la sua vita da eremita. Si trasferisce inizialmente nel santuario scintoista di Otogo e, nel 1826, presso la casa di uno dei suoi protettori, Kimura Motouemon, dove viene curato da una giovane monaca chiamata Teishin. L’incontro tra i due li porta ad una stretta relazione che illumina gli ultimi anni della vita di Ryōkan, della quale rimane traccia nella serie di poesie haiku, vivaci e tenere che si scambiano. Ryōkan muore per la sua malattia all’inizio del 1831. Secondo quanto riferisce la stessa Teishin, “Ryōkan, seduto in posizione di meditazione, è morto proprio come se stesse per addormentarsi”.

“Quando, quando?”, ho gridato.

Ciò che ho desiderato per lungo tempo

è finalmente arrivato.

Con Lei ora,

Ho tutto ciò di cui ho bisogno.

(Scritta per Teishin)

Sul letto di morte, Ryōkan offre alla sua discepola e compagna Teishin la seguente zetsumei-shi (绝命诗 lett. “poesia di morte”)

Rivela la sua facciata nascosta

la pagina che cade

come una foglia d’acero in autunno

(JA)

«Ura wo mise

Omote wo misete

Chiru Momiji»

裏 を 見せ 表 を 見せ て 散る 紅葉 うら を 見せ おもて を 見せ て 散る もみじ

 

Dopo la morte del poeta, sarà la stessa Teishin a curare e a pubblicare tutte le sue opere.

 

 

 

About The Author

Aldo Raul Garosi
Aldo Raul Garosi

X