In memoria di Saito Sensei

 T. K. Chiba Sensei 千葉 和雄, 1940-2015

Lelogio funebre per Saito Sensei di Kazuo Chiba

di T. K. CHIBA

Il mondo dell’Aikido ha subito un’altra enorme perdita con la morte di Morihiro Saito Shihan, scomparso il 13 maggio 2002. Era un allievo di lunga data ed uno dei discepoli anziani del Fondatore Morihei Ueshiba, ed è stato il custode del Santuario dell’Aikido in Iwama, prefettura di Ibaragi, in Giappone. La sua forte influenza può essere visto direttamente o indirettamente in quasi ogni parte del globo. Egli chiamò spesso la sua arte “tradizionale Aikido”, e senza senza dubbio essa portava il peso della trasmissione diretta da parte di O’ Sensei nella sua essenza così come dal punto di vista di storico

Ho avuto la fortuna di aver avuto diverse opportunità di imparare l’arte dall’insegnamento di Saito Sensei al tempo in cui divenni uchideshi nel dojo di Iwama, alla fine del 1950, così come ai tempi in cui veniva invitato a insegnare presso l’Hombu Dojo, una domenica al mese all’inizio degli anni Sessanta.

Posso ancora sentire il suono dei suoi passi che si avvicinavano al dojo dalla sua casa a Iwama – che non era a più di 50 metri di distanza – al mattino presto per la lezione mattutina. Mentre il peculiare suono dei geta (zoccoli) rimbombava attraverso i gelati alberi di pino, dovevo fare uno sforzo consapevole per svegliarmi, pensando: “Eccolo che arriva!” Dovevo essere pronto non solo per l’allenamento sul tatami, ma per far sì che tutto ciò che doveva essere fatto fosse stato fatto esattamente nel modo in cui doveva. Non una singola cosa, neppure la più piccola, poteva essere dimenticata o trascurata, nemmeno una volta.

Saito Sensei era solito prendersi cura della lezione della mattina di quella della sera a Iwama ogni volta che non era di turno a lavoro, lavorava infatti per le ferrovie dello stato.

Anche O’ Sensei insegnava, occasionalmente, durante la lezione della sera, oppure veniva a vedere l’allenamento. Si sedeva di fronte al kamiza con i suoi occhi d’aquila, muto e immobile, mentre Saito Sensei dirigeva la lezione. O’ Sensei spesso sottolineava l’importanza del Katai-keiko, che in giapponese può significare “rigido”, ma che in realtà significa essere solidi, vigorosi, forti, senza risparmiare nulla della propria potenza fisica, senza giocare.

L’allenamento e l’atmosfera ad Iwama erano non solo diversi da ciò che avevo sperimentato all’Hombu Dojo, ma proprio il contrario. Dal momento che nel tipo di allenamento dell’Hombu veniva fortemente sottolineato il fluire del ki, ovviamente all’iniziò finii in gran confusione.

Gran parte degli allievi dell’Iwama Dojo erano locali contadini, grandi lavoratori che avevano trascorso l’intera giornata a lavorare nei campi. Essi avevano ossa resistenti e grande forza fisica, combinati con una peculiare caratteristica locale conosciuta come “mito kishitsu”, un tipo di virilità vicino alla galanteria. Complessivamente, si trattava di un tipo di cultura opposta a quella dell’Hombu Dojo di Tokyo. Essendo situato nella capitale del Giappone, gli allievi dell’Hombu sono impiegati, intellettuali, imprenditori, politici e studenti universitari.

Gli studenti dell’Hombu che andavano a visitare l’Iwama Dojo dovevano apparire agli studenti di Iwama come pallidi e deboli a causa della vita di città. Infatti, gli studenti di Iwama trattavano noi dell’Hombu come tali e ci sfidavano con vigore. Per i membri dell’Hombu Dojo, inclusi gli uchideshi come me, era una questione di sopravvivenza. E Saito Sensei era in cima a quella montagna, che dovevamo scalare con tutte le nostre forze.

Naturalmente, Iwama non era un posto popolare in cui essere un uchideshi dell’Hombu, a causa non solo alle sfide che dovevano affrontare, ma anche per i quotidiani faticosi doveri che spettavano agli uchideshi, che comprendevano il lavoro dei campi nella fattoria, sistemare il dojo e il santuario, e la parte più difficile, prendersi cura di O’ Sensei e di sua moglie, una coppia di anziani. Tutto ciò risultava completamente insopportabile per la maggior parte dei ragazzi di città, che erano abituati agli schiamazzi e al lusso della vita cittadina.

Di tanto in tanto, durante il giorno O’ Sensei insegnava anche nei boschi attorno al dojo. L’allenamento consisteva per lo più vigoroso di “yokogi-uchi” da soli e lavoro a coppie. Tradizionalmente, questo è il ben noto sistema di allenamento della scuola Jigen di Kagoshima, nel Giappone meridionale, in cui il praticante colpisce continuamente fasci di rami tagliati di fresco collocati su un trespolo di legno. Quando ho iniziato a fare questo tipo di allenamento per la prima volta, le mie mani si sono spellate e hanno cominciato a sanguinare dopo 10 minuti.

Sembrava che Saito Sensei fosse sempre stato consapevole della presenza di O’ Sensei, tanto che O’ Sensei fosse fisicamente a Iwama o meno. Saito Sensei non ha mai cambiato la sua linea di insegnamento, ma è rimasto sempre attaccato alle basi del Katai-keiko.

Ricordo con emozione una dimostrazione che diede insieme ad altri Shihan anziani di fronte a O-Sensei, in occasione della festa di Capodanno all’Hombu Dojo. Fece solo la serie da katadori ikkyo a yonkyo nel modo semplice in cui era solito fare durante le sue lezioni. Conosceva bene il pericolo di fare qualcosa d’altro di fronte a O’ Sensei.

Sono perfettamente consapevole del grande contributo e del servizio che Saito Sensei ha reso al mondo dell’Aikido. Personalmente credo che non sia stato solo uno dei più grandi maestri di Aikido, ma anche che abbia reso un grande servizio a O’ Sensei e a sua moglie nei loro anni più tardi. È ovvio che ciò sia derivato da profondo rispetto e lealtà verso il suo maestro.

Spesso mi chiedo se avrei avuto la stessa forza di volontà di impegnarmi in un tale livello di sacrificio personale e quantità di lavoro, che potrebbero fare esitare anche membri della propria famiglia.

Morihiro Saito: una vita spesa al servizio del Fondatore

Non è stato un compito facile, come quelli che conoscevano il carattere personale di O’ Sensei e di sua moglie sanno. Vivevano la loro vita secondo un sistema di valori molto diversi da quelli del giapponese medio di oggi. Posso solo immaginare, quando ci ripenso ora, che ci deve essere stato qualcosa che va oltre il rispetto e la lealtà che Saito Sensei sentiva verso il suo maestro. Posso solo pensare che fosse qualcosa come un ideale estetico in base al quale lui fu allevato e che abbracciò nel suo cuore, morendo con esso. Vedo questo come la bellezza classica esemplificata nell’incarnazione dell’essenza del guerriero.

Mentre le generazioni continuano a succedersi, questa storia particolare della vita di Saito Sensei tende ad essere dimenticata o ignorata dietro la storia ufficiale Aikido come interpretata dalle autorità ufficiali. Questa parte molto privata della storia dell’Aikido – la sua virtù, insieme con i sacrifici della sua famiglia – merita di essere riconosciuta con rispetto e gratitudine e dovrebbe essere ricordata dalle generazioni a venire. Scrivendo una nota come questa, sento che è parte della mia responsabilità in quanto io sono uno di quelli che ha assistito a questa parte della storia con i propri occhi.

Quindi questo è l’elogio funebre che vorrei offrire a Saito Sensei, in suo onore. Prego con i miei più profondi voti che riposi eternamente in pace.

 

Gassho

A Mani Giunte,

T. K. Chiba

San Diego, California, USA – 16 Maggio 2002

Questo articolo è originariamente apparso su Biran, il newsletter dell’Aikido Birankai/USAF-Western Region – Il sito della Birankai International è http://www.birankai.org

 

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Aldo Raul Garosi
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